sabato 10 agosto 2013
Il documentario di Werner Herzog su chi scrive sms mentre guida
Le storie legate alla cattiva, cattivissima abitudine di guidare mentre si scrivono messaggi al cellulare. Le racconta il famoso regista Werner Herzog in questo suo documentario, dal titolo From one second to the next. Già dal titolo si capisce il messaggio fondamentale: non basta dire e dirsi "ma è solo un messaggino, che sarà mai." oppure "ne scrivo uno e poi basta". Quello che si capisce da queste storie è soprattutto che si tratta di un attimo: basta un secondo, una distrazione momentanea, e si può uccidere, distruggere delle vite, delle famiglie, paralizzare bambini.
Un'altra riflessione importante da fare, a mio avviso, è il fatto che il documentario sia finanziato alla compagnia telefonica AT&T e sarà proiettato nelle scuole statunitensi. Mi sembra il miglior modo per sensibilizzare le nuove generazioni su questo tema.
martedì 1 gennaio 2013
La tecnologia ci rende meno social?
Oggi riflettevo su quanto la tecnologia ci avvicini e ci semplifichi le cose, ma su quanto allo stesso tempo riesca ad allontanarci gli uni dagli altri, e alle volte a complicarci la vita.
Durante queste feste grazie alle meraviglie offerte dalla tecnologia sono riuscito a:
-Trovare rapidamente la strada più veloce per raggiungere alcune mete, grazie al servizio di mappe sul mio cellulare;
-Leggere due libri comodamente su Kindle, scaricarne un altro gratuito in un paio di click, evitando di appesantirmi inutilmente la valigia;
-Festeggiato il capodanno collegato via Skype con mia sorella, a più di 2000 km di distanza;
-Fatto foto al panorama di Napoli, uploadandole immediatamente sui più noti social network;
-Augurato buone feste ad amici vicini e lontani, usando i più svariati social network e applicazioni; Nell'ordine: WhatsApp, Facebook, Twitter e poi forse un paio di messaggini, devo ammetterlo sempre e solo come risposta ad auguri precedentemente ricevuti.
-Non perdemi nulla, via twitter, degli avvenimenti politici e culturali più importanti delle ultime settimane.
Allo stesso tempo, pero, durante queste feste sono riuscito a:
-Perdermi più volte perché il mio cellulare non riusciva a geolocalizzarsi bene;
-Rendermi conto che la mia lettura si è fatta più frammentata e meno approfondita rispetto al passato, e soprattutto troppo distratta da stimoli indesiderati (un tweet arrivato sullo smartphone, l'icona della posta sul mac mi segnalava due nuovi messaggi e il timer del televisore mi ricordava che tra 10 minuti iniziava Masterchef);
-Non godermi poi tanto il panorama fotografato perché subito dopo doveva essere uploadato sui social network;
-Ricevere decine di auguri di buone feste, su tutti i social network a disposizione, quasi tutti indirizzati a decine di contatti alla rinfusa, taggati all'inverosimile, alla fine quasi anonimi e spersonalizzati;
-Perdere più tempo su twitter che a fare una bella chiacchierata approfondita con amici e parenti.
E poi mi sono accadute tre cose che mi hanno davvero fatto riflettere sui nostri tempi:
1) Ero in autobus, per un breve tragitto, a Napoli: solitamente Napoli è sinonimo di chiasso, di casino, di gente che parla a voce alta, e che si sbraccia. Quando son salito sul mezzo c'era un silenzio irreale: c'erano soprattutto ragazzi tra i 18 e i 30 anni, e anziani: i primi erano tutti con il naso nei loro smartphone, tutti a fare chissà che cosa, nessuno parlava, neanche con il loro amico o compagno di corsa.
2) Ero al concerto di Pino Daniele, al Teatro Palapartenope: Per goderci meglio lo show siamo andati quasi sotto al palco, in piedi, in posizione defilata sulla destra. Mi sono ritrovato ad avere una vista d'insieme su tutta la platea, quasi 5000 persone credo: e quello che ho visto sono state centinaia e centinaia di schermi luminosi puntati sul concerto, una scena quasi irreale in cui la metà delle persone presenti sembravano maggiormente interessate a filmare, fotografare o registrare il concerto, che godersi il momento.
3) Stasera, dopocena, ero in salotto con mia madre a guardare la tv: Un film. A metà ci siamo annoiati entrambi, e senza volerlo, quasi nello stesso istante, abbiamo acceso il portatile e abbiamo iniziato a navigare, controllare la posta, perdere tempo online. E' passata mezz'ora prima che uno dei due rivolgesse la parola all'altro. Eravamo nella stessa stanza, ma distratti dal piccolo schermo che avevamo a disposizione abbiamo ritenuto più interessante fare un giro sul web che scambiare due chiacchiere. E vorrei che non capitasse mai più.
sabato 8 dicembre 2012
PIOVONO FIORI SU NAPOLI E SCAMPIA
martedì 11 maggio 2010
Fede su Saviano
Quando Fede dice cose come queste, secondo me, anche quelli più apertamente berlusconiani vorrebbero sopprimerlo.
martedì 27 gennaio 2009
Il Giorno della Memoria
“Meditate che questo è stato
Vi comando queste parole
Scolpitele nel vostro cuore”.
Versi nati dalla disperata necessità di trasmettere il ricordo della Shoah, dal bisogno di raccontare agli altri ciò che è stato, dalla paura e dall’urgenza di essere creduti. Urgenza tanto forte da sovrapporsi alla fede.
Tuttavia sembra che più un fatto sia impresso a fuoco nella memoria del singolo, tanto più difficile sia trasmetterlo agli altri. Più grande sia il dolore provato, tanto più faticoso sia suscitare partecipazione. Come se esistesse uno iato profondo fra la memoria individuale e quella collettiva che l’atrocità degli accadimenti finisce poi per accrescere a dismisura.
È lo stesso Primo Levi a parlarne: “Il bisogno di fare gli altri partecipi aveva assunto in noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari”.
Forse prima di pronunciare qualsiasi dichiarazione nel Giorno della Memoria andrebbe letto “Se questo è un uomo” o andrebbe ascoltato un testimone diretto. Si ha la coscienza che a volte sarebbe meglio tacere e lasciar parlare i sopravvissuti. Avere pudore nel parlare di ciò che non si conosce. Chiedersi onestamente: cosa posso dire? Perché la ripetizione delle parole non aggiunge nuovi significati e rischia di sminuire il senso degli avvenimenti, cosa che accade sempre più spesso di fronte alla retorica della politica e alle frasi di comodo. Perché ricordare non è semplicemente fare emergere dal passato un evento ma attribuirgli un senso, personale e universale. Ricordare quindi deve avere uno scopo. Dovremmo chiederci semplicemente quale sia il ruolo di un testimone di secondo grado, quali le sue responsabilità.
Anche solo chi ha ascoltato i testimoni e si è soffermato sulle immagini dei cadaveri accatastati nelle fosse comuni. Anche solo chi dei forni crematori ha visto unicamente le rovine o poco più, ha radicata dentro di sé la coscienza che quella tragedia sia incancellabile, avvertendo il peso della propria mancanza di conoscenza, del proprio non sapere.
Il problema è questo: nella tradizione ebraica la memoria è incentrata sul rito.
Il ruolo svolto dal rito è veramente nodale perchè permette di superare la conoscenza astratta degli avvenimenti avvicinandoli alla percezione sensibile.
Il rito costituisce il medium che permette di scardinare il continuum storico saldando il passato con il presente, introiettandolo non in modo generico nei pensieri ma incastonandolo nella vita stessa attraverso le azioni. Attraverso il suo compimento si partecipa al passato, attualizzando. Il passato non può aver valore se non significa per il presente e per ogni singola persona. Abbiamo, quindi, un movimento che procede attraverso una azione e che arriva alla coscienza individuale. È sufficiente riflettere su come venga celebrato in Israele Yom-HaShoah per verificare il meccanismo: suona una sirena; per due lunghissimi minuti il paese si ferma ed ognuno partecipa semplicemente stando in piedi, nel più assoluto silenzio. Sul silenzio si innesta il ricordo e si condivide.
Ora, con l’istituzione del Giorno della Memoria, l’ebraismo per la prima volta fa i conti con una memoria non ritualizzata ma istituzionalizzata. Costituita secondo forme che non gli appartengono.
Se questo garantisce che il passato non venga dimenticato, tuttavia pone per lo stesso mondo ebraico nuove problematiche. Abbiamo la responsabilità di selezionare i meccanismi di trasmissione della memoria. Far capire, ad esempio, che gli slogan vuoti di chi si affanna a condannare l’atrocità della Shoah soltanto nel Giorno della Memoria, senza tentare di comprendere cosa accadde e come tutto ciò fu reso possibile, non soltanto siano inutili ma anche dannosi. Siamo stanchi di sentire pronunciare frasi come “Ricordiamo affinché il passato non si ripeta” oppure “Se ricordiamo non saranno morti invano”: il passato non si ripete ed ogni morte è vana, semplicemente perché non ha scopo.
Paradossalmente nel Giorno della Memoria tutti hanno diritto di parola e pochi ne avvertono il peso. Quello stesso peso che sentiva Primo Levi.
Cosa posso dire di sensato sullo sterminio? Forse qualcosa di più profondo di Primo Levi, di Wiesel, di ogni testimone? Credo che ognuno dovrebbe porsi queste domande prima di prendere parola. Affinché la memoria abbia un senso.
martedì 26 giugno 2007
Il giornalismo è morto?
Purtroppo oggi non ho avuto tempo, per un motivo o per un altro, ma questa cosa volevo proprio scriverla, anche se in modo essenziale. Qui forse lancio solo qualche spunto, per ora. Poi ne riparliamo con maggiori argomentazioni.
Il punto è questo: sono almeno 4 anni che compro il giornale quasi tutti i giorni. Se non sono tutti i giorni, sono almeno 4 alla settimana, e per i restanti saltello tra i vari siti web delle principali testate nazionali. Con grande insoddisfazione, purtroppo.
Il fatto è che ormai il giornalismo italiano vive di marchette. Più o meno grosse, ma sempre di marchette si tratta. Dite che è sempre andata così? Se sì, chiedo scusa ma me ne rendo conto a pieno solo ora.
E pensare che, ad esempio, su
Oggi di marchette, sempre su
Sugli altri articoli, stenderei un velo, che è meglio. Molto spesso sono frottole, se si tratta poi di pseudoinchieste sulle nuove generazioni o il mondo di internet, poi, si vede lontano un miglio che molto spesso chi scrive non sa lontanamente di cosa parla.
Se poi non sono marchette, sono notizie inutili e prive di spessore, pezzi scritti in malo modo, noiosi, per nulla accattivanti. Inoltre, c’è un’ipertrofia della politica che caratterizza molti quotidiani e che, alla lunga, è devastante.
Non ci sono inchieste, ma questo si lega molto alla mancanza di tempo e alla poca voglia di investire nel campo, e al fatto che molti giornalisti hanno perso la passione. A che pro, poi, se il tuo giornale vende e continua a vendere pure così?
La cultura, forse, vive di buoni momenti, almeno su
Ma dove sta il problema? Me lo pongo solo io? Perché i nostri giornali sono così brutti e poco interessanti, perché in Italia si vendono le stesse copie di quotidiani che si vendevano 30 anni fa?
Forse un problema c’è, forse anche più di uno, e pensare che non ho nemmeno messo a cuocere altra carne sul fuoco, come ad esempio i collaboratori supersfruttati e sottopagati – se pagati -, gli interessi economici alla base di ogni testata, le commistioni con la politica e l’economia, il potere degli inserzionisti e la mancanza di editori puri, male incurabile della stampa nel nostro paese.
Domani credo che, pensando all’agonia del nostro giornalismo, quell’euro lo conserverò: se non saranno gomme sarà un altro caffè.
Il giornalismo è morto?
Purtroppo oggi non ho avuto tempo, per un motivo o per un altro, ma questa cosa volevo proprio scriverla, anche se in modo essenziale. Qui forse lancio solo qualche spunto, per ora. Poi ne riparliamo con maggiori argomentazioni.
Il punto è questo: sono almeno 4 anni che compro il giornale quasi tutti i giorni. Se non sono tutti i giorni, sono almeno 4 alla settimana, e per i restanti saltello tra i vari siti web delle principali testate nazionali. Con grande insoddisfazione, purtroppo.
Il fatto è che ormai il giornalismo italiano vive di marchette. Più o meno grosse, ma sempre di marchette si tratta. Dite che è sempre andata così? Se sì, chiedo scusa ma me ne rendo conto a pieno solo ora.
E pensare che, ad esempio, su
Oggi di marchette, sempre su
Sugli altri articoli, stenderei un velo, che è meglio. Molto spesso sono frottole, se si tratta poi di pseudoinchieste sulle nuove generazioni o il mondo di internet, poi, si vede lontano un miglio che molto spesso chi scrive non sa lontanamente di cosa parla.
Se poi non sono marchette, sono notizie inutili e prive di spessore, pezzi scritti in malo modo, noiosi, per nulla accattivanti. Inoltre, c’è un’ipertrofia della politica che caratterizza molti quotidiani e che, alla lunga, è devastante.
Non ci sono inchieste, ma questo si lega molto alla mancanza di tempo e alla poca voglia di investire nel campo, e al fatto che molti giornalisti hanno perso la passione. A che pro, poi, se il tuo giornale vende e continua a vendere pure così?
La cultura, forse, vive di buoni momenti, almeno su
Ma dove sta il problema? Me lo pongo solo io? Perché i nostri giornali sono così brutti e poco interessanti, perché in Italia si vendono le stesse copie di quotidiani che si vendevano 30 anni fa?
Forse un problema c’è, forse anche più di uno, e pensare che non ho nemmeno messo a cuocere altra carne sul fuoco, come ad esempio i collaboratori supersfruttati e sottopagati – se pagati -, gli interessi economici alla base di ogni testata, le commistioni con la politica e l’economia, il potere degli inserzionisti e la mancanza di editori puri, male incurabile della stampa nel nostro paese.
Domani credo che, pensando all’agonia del nostro giornalismo, quell’euro lo conserverò: se non saranno gomme sarà un altro caffè.
martedì 16 gennaio 2007
H5N1, di nuovo tu?
Non per il timore di un eventuale contagio, per carità, ma perché un'altra tempesta mediatica allarmistica e ridondante non credo riuscirei a sopportarla.
(la Repubblica)
sabato 30 dicembre 2006
Giustizia è fatta?
Impiccato.
In questi giorni si sono mobilitati in molti, commentando a favore o contro la pena capitale per l’ex raìs. Ho sentito molta retorica, molte sciocchezze, molte strumentalizzazioni ma anche alcune riflessioni intelligenti sulla vicenda.
Qui siamo contro la pena capitale, non c’è bisogno di ripeterlo. Siamo contro i paesi che continuano ad utilizzarla, in ogni sua forma, per punire i colpevoli di reati.
Siamo per il carcere a vita, non per la vendetta barbara ed superflua decretata con un processo non del tutto regolare. Perché credo che nulla sia più inutile di questa esecuzione.
Non importa che sia un ex dittatore sanguinario, colpevole di migliaia di omicidi dal 1979 ad oggi. La pena di morte è comunque barbara. E quella per Saddam Hussein lo è come tutte le altre.
Forse sorprende anche di meno, perché la morte del dittatore era ormai scritta da tempo. Il processo, il tribunale, la sentenza: tutto sembrava già scritto da tempo. E così questa esecuzione, puramente politica, ci fa inorridire in modo quasi normale, tra un panettone appena finito ed il 2007 alle porte.
C’avrebbe sorpreso molto di più la scelta di non ucciderlo. Sarebbe stata più saggia ma anche antipopolare e non avrebbe avuto, di certo, lo stesso impatto.
Avrebbe forse scatenato proteste e scontri ancora maggiori di quelle che ci si aspetta ora. Non potremmo mai saperlo, di sicuro. Ciò che è sicuro è l’inefficacia di questa scelta.
Uccidere Saddam a cosa è servito? A cosa servirà? Porterà la pace in Iraq, paese ancora in guerra e devastato dal sangue e dai morti? Ovviamente no.
La scelta opposta, invece, sarebbe stata sicuramente un grande atto di coraggio, nonché di pace. Ed in questo periodo, credo sia davvero necessario.
Tutto questo, insomma, non cambia la sostanza delle cose.
La pena di morte è sempre un gesto barbaro, contrario alla democrazia. Sempre e comunque.
Concludo citando l’ossevatorio dei diritti umani, che con Richard Dicker mi pare abbia detto la cosa più intelligente della giornata: «Saddam Hussein si è reso responsabile di numerose, terribili, violazioni dei diritti dell’uomo, ma questi atti così brutali non possono giustificare la sua esecuzione, una punizione crudele e disumana».
lunedì 25 dicembre 2006
Addio, Sex Machine
Ed in questo Natale già abbastanza triste di per sé se n'è andato anche un altro dei miei miti musicali.
Il mitico James Brown, che da sabato scorso era ricoverato in ospedale per una polmonite.
Se ne va a 73 anni, il genio del Soul che ha attraversato i decenni e le generazioni musicali degli ultimi 50 anni.
Suoi i capolavori indimenticabili come "I fell good" o "Please, please, please", ma non solo quelli.
Brown è stato un artista rivoluzionario, eccessivo, ribelle e grintoso. Un mito della musica degli anni Cinquanta e Sessanta, un esempio da imitare negli anni successivi.
Un artista a tutto tondo (chi non lo ricorda ne "I Blues Brothers" nella parte del predicatore?), un cantante che non dimenticheremo mai.
Addio, Sex Machine.
(la Repubblica)
venerdì 15 settembre 2006
Lacrime per gli schiavi
Ad un certo punto ho pianto. Le lacrime sono scese da sole, non sono riuscito a controllarle, tanta è stata la rabbia e la tensione accumulate nello sfogliare quelle pagine e conoscere quelle storie.
Ecco, è successo più o meno qui: "Nessuno sta invece indagando sulla morte di un bambino. Perché quello che è successo apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe nato a fine settembre. Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di gravidanza, la settimana di Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante di pomodoro. La fanno lavorare in un campo vicino a San Severo. Né il marito, né il caporale, né il padrone italiano pensano a proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando Liliana sta male, è troppo tardi. Ha un'emorragia. Resta due giorni senza cure nel rudere in cui abita. Gli schiavi della provincia di Foggia non hanno il medico di famiglia. Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la porta all'ospedale a San Severo. La ragazza rischia di morire. Viene ricoverata in rianimazione. Il bimbo lo fanno nascere con il taglio cesareo. Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte più. Anche lui vittima collaterale. Di questa corsa disumana che premia chi più taglia i costi di produzione".
No. Ho pianto e non mi sono pentito.
Chissà se quelle sottospecie umane che sfruttano quei poveretti, invece, hanno mai versato una sola lacrima per le porcate che hanno fatto.
(l'Espresso)
mercoledì 17 maggio 2006
La finale di Champions
E' nato
Che dire? E' ancora presto per esprimersi con obiettività, ma ci sono alcune riflessioni da fare.
Ci sono 6 donne, un buon passo in avanti rispetto al precedente governo, ma sempre troppo poco (5 senza portafoglio, per giunta). Prendere un po' d'esempio dal resto d'Europa no, eh?
Tre tecnici in settori chiave, ed è un bene.
La più giovane ha 45 anni (Melandri), il più anziano 68 (Amato).
Almeno 5 po 6 ministri sono nomi totalmente nuovi, per me, ma ammetto la mia ignoranza in materia.
Interessante la divisione tra Istruzione e Università e Ricerca Scientifica, vedremo meglio nei prossimi mesi.
Nota assai dolente, Mastella alla Giustizia. Dico, ma stiamo scherzando?
Staremo a vedere, comunque.
venerdì 12 maggio 2006
Un calcio malato
Anticipati dallo scandalo mediatico delle intercettazioni telefoniche degli scorsi giorni, ecco che inizia davvero a profilarsi una situazione inquietante per il mondo del calcio italiano.
Un sistema marcio nelle fondamenta - Totti sentenzia: "Bisogna azzerare tutto - che prima riusciva a tenersi in piedi grazie ad un'abile miscela di interessi, favori, silenzi e omertà, perché era conveniente per tutti che le cose andassero in questo modo.
Questo stesso sistema che, ora, è esploso all'improvviso e sta crollando su se stesso, proprio quando ormai sembrava che nulla potesse scalfirlo.
Leggere il dossier delle intercettazioni sul sito de "la Repubblica" fa davvero venire la pelle d'oca. Ma permette anche di capire che, sebbene al centro della vicenda ci siano pur sempre Moggi e la Juventus, le inchieste si allargano a macchia d'olio e coinvolgono altre squadre - Juve, Fiorentina, Lazio e Milan -, numerosi dirigenti, arbitri, forze dell'ordine e calciatori.
Quindi, la questione è molto seria e il quadro finale delle accuse particolarmente pesante.
L'unica riflessione sicura che si può fare, al momento, è che ci sono 41 indagati, sospetti su ben 29 partite del campionato 2004 - 2005 e che nei prossimi mesi ne vedremo sicuramente delle belle.
Il futuro è ancora incerto, ma l'immagine dell'Italia calcistica, già di per sè rovinata, ha subito un altro brutto colpo da cui sarà davvero difficile riprendersi.
E' un calcio malato, diceva qualcuno. Chi potrebbe dargli torto, ora come ora?
mercoledì 10 maggio 2006
Riflessioni sul caso Moggi
Allora, stare dietro a tutta questa faccenda delle intercettazioni telefoniche di Moggi, Giraudo & co. è davvero complicato.
E’ molto difficile, soprattutto, riuscire a mantenere la giusta obiettività e valutare i fatti senza pregiudizi e complottismi d’ogni sorta.
Partiamo da quello che è sicuro. Così, per fare un po’ di chiarezza.
Tutto il caso è esploso sui media, e di conseguenza nelle teste di milioni di italiani, dopo una richiesta di archiviazione della Procura di Torino che attesta come la Juve non abbia comprato partite o arbitri.
Partita chiusa per la giustizia penale, quindi.
Ok, fin qui ci siamo.
Poi la vicenda si è evoluta quasi da sola e, con un effetto valanga, ha raggiunto dimensioni spropositate.
I media hanno avuto un ruolo fondamentale, uniti ai vari giornalisti e alle persone che da anni considerano - a ragione? A torto? Chissà - i campionati falsati per una certa “sudditanza” nei confronti della Signora.
Questa notizia, quindi, li ha fatti andare direttamente a nozze.
Ci sono state le intercettazioni.
Molte, di tutti i tipi, alcune sinceramente non c’entravano nulla con il caso che si stava creando.
Altre erano però molto ambigue, e rivelavano una rete di rapporti molto stretta tra Moggi, Pairetto e Mazzini.
Non ci sono dubbi, mi sembra. Né su questo fatto, né che simili rapporti tra il designatore degli arbitri e il dg della più importante squadra di Italia non siano eticamente corretti.
Chi dice che da quelle intercettazioni non emerge nulla, perché c'è stata la richiesta di archiviazione del PM, secondo me non dice la verità.
Al di là della personale indignazione per la pubblicazione delle intercettazioni e la gogna mediatica che si è scatenata, sono indubbi i rapporti troppo stretti tra Moggi e Pairetto, Pairetto e gli arbitri destinati a partite della Juve, troppe ambiguità e chiacchierate sospette tra Giraudo e lo stesso Moggi.
Qualche esempio?
Il 21/09/2004, prima della partita Samp - Juve, parlano Pairetto e Dondarini, che dovrà arbitrare la partita:
Pairetto: «Pronto»
Dondarini: «Gigi, sono Donda»
Pairetto: «Ciao Donda, come stai? (...) Mi raccomando domenica che non ci salti tutto»
Dondarini: «Mercoledì, domani»
Pairetto: «Sì mercoledì ecco fai una bella partita, tu sai che lì... sai che son sempre...»
Dondarini: «Eh, son particolari (...). Con cinquanta occhi bene aperti»
Pairetto: «Eh, bravo per vedere anche quello che non c'è, a volte (...) non facciamo subito che si dica "Ah, bene, complimenti per le scelte» (Dondarini è appena stato designato arbitro internazionale, ndr).
Dondarini: «Vedrai che non vi deludo».
Il 26/09/2004, una settimana prima di Juve – Udinese, Giraudo parla a Moggi dell'arbitro Dattilo:
«Se è un po' sveglio, gli dimezza l'Udinese».
Guarda caso, nella partita Udinese – Brescia ne succedono di tutti i colori, tra ammoniti ed espulsi. Squadra dimezzata.
Dopo la partita di andata dei preliminari di Champions League contro gli svedesi del Djugarden ecco una nuov intercettazione:
Pairetto: «Pronto»
Moggi: «Gigi? Dove sei»
Pairetto: «Siamo partiti»
Moggi: «Oh, ma che c... di arbitro ci avete mandato?»
Pairetto: «Oh, Fandel è uno dei primi...»
Moggi: «Ho capito, ma il gol di Miccoli è valido»
Pairetto: «No»
Moggi: «Sì, come no? (...) Ma poi tutto l’andamento della partita ha fatto un casino a noi»
Pairetto: «Gli assistenti non mi sono piaciuti molto, in assoluto, no, ma stavo pensando ad un altro, quello che aveva alzato era quello di Trezeguet che mi ricordo davanti»
Moggi: «Quello è un altro discorso. (...) Ora mi raccomando giù a Stoccolma, eh?»
Pairetto: «Porco Giuda, mamma mia, questa veramente dev’essere una partita...»
Moggi: «Ma no, ma si vince, ma sai, si dice...»
Pairetto: «Ma questi sono scarsi»
Moggi: «Però con uno come questo qui resta difficile, capito?» (...)
Moggi: «Oh, a Messina mandami Consolo e Battaglia»
Pairetto: «Eh, l’ho già fatta»
Moggi: «E chi ci hai mandato?»
Pairetto: «Mi pare Consolo e Battaglia»
Moggi: «Eh, con Cassarà, eh?»
Pairetto: «Sì»
Moggi: «E a Livorno, Rocchi?»
Pairetto: «A Livorno Rocchi, sì»
Moggi: «E Berlusconi Pieri, mi raccomando»
Pairetto: «Non l’abbiamo ancora fatto»
Moggi: «Lo facciamo dopo»
Pairetto: «Vabbò, lo si fa poi»
Sceglie Moggi, insomma.
Altra chiacchierata abbastanza strana:
Moggi: «Pronto»
Pairetto: «Ehilà, lo so che tu ti sei scordato di me, mentre io mi sono ricordato di te»
Moggi: «Ma dai»
Pairetto: «Eh, ho messo un grande arbitro per la partita di Amsterdam».
Moggi: «Chi è?»
Pairetto: «Meier»
Moggi: «Alla grande»
Pairetto: «Vedi che io mi ricordo di te anche se tu ormai...»
Moggi: «Ma non rompere, adesso vedrai, quando ritorno, poi te lo dico io se mi sono scordato»
Moggi e Baldas su Pairetto:
Baldas: «Intanto è stato Pairetto a mettere i bastoni tra le ruote all’Uefa, perché l’Uefa mi vuole tenere, mi vorrebbe tenere (...) Ho parlato con Eberle ed Eberle mi ha detto guarda, se la Federazione non l’Aia perché io non c’entro più con gli ispettori arbitrali no, mase la Federcalcio manda due righe all’Uefa loro mi tengono»
Moggi: «Chi, la Federazione dovrebbe mandarle?»
Baldas: «Sì, esatto» (...)
Moggi: «Eh, adesso sento un pochino»
Baldas: «Ascolta io ho fatto, ti ho preparato due righe di appunto, te le mando via fax in ufficio?»
Moggi: «Mandamele in ufficio»
Baldas: «Va bene, e comunque sarà poi mica Pairetto che mette i bastoni tra le ruote no?» (...)
Moggi:«Ma va’, ma guarda se tu immagini che Pairetto può mettere i bastoni tra le ruote (risata)»
Moggi e Pairetto hanno intrattenuto rapporti troppo stretti. Pairetto si rivolgeva ad alcuni arbitri in termini a dir poco ambigui.
Le conversazioni dello stesso Moggi con Mazzini, Baldas, Giraudo, destano molti dubbi sulla trasparenza e la correttezza dei suoi metodi.
Ad una prima lettura, neanche troppo maliziosa, sembra proprio che il grande vecchio del calcio italiano, Luciano Moggi, dava direttive, consigli, commenti e qualcosa di più sul campionato di calcio 2004 - 2005.
Tornando al discorso su Moggi, è molto facile per lui diventare ora il capro espiatorio.
Anzi, già lo è a tutti gli effetti, messo com’è sulla graticola mediatica e sbranato dai cronisti che non aspettavano altro che torturarlo.
Tutti da anni si lamentano della sudditanza e dei presunti favori, questa è stata la definitiva conferma. E dagli, dagli all’untore, è lui la parte malata del sistema, e così via.
Non nascondiamoci dietro ad un dito, sappiamo tutti che non è così.
Certo è che Moggi ha molte cose da raccontare e da chiarire, soprattutto visto che, in parallelo a questa vicenda, c’è la faccenda della GEA, a Roma e a Napoli.
Altre questioni, ma sempre Moggi al centro dei riflettori.
Il coperchio del calderone è ormai stato aperto, e difficilmente si potrà richiuderlo.
Prima di mettere l’imputato sul patibolo, aspettiamo ancora un po’.
Non è solo Moggi ad essere colpevole, ma è ovvio che si tratti della punta di un iceberg fin troppo grande.
Ma non stiamo a dire che Moggi non ha fatto nulla di male, per cortesia. Niente forca, ma nemmeno sorriso sulle labbra e pacche sulle spalle.
Che la giustizia sportiva faccia il proprio dovere.
Vabbé che ormai nel calcio siamo abituati a vederne di tutti i colori e non ci stupisce più nulla, e che molto spesso quando si parla di queste cose si finisce facilmente in discorsi tipo Bar dello Sport, ma lo scenario è al momento inquietante e la questione non mi sembra per nulla trascurabile.
Staremo a vedere.
Habemus Presidente
Allora, nessuna novità.
E’ proprio lui il nostro nuovo presidente, l’undicesimo dalla nascita della Repubblica: Giorgio Napolitano.
Ha raggiunto la maggioranza assoluta con 542 voti e ricoprirà la carica più importante dello Stato per i prossimi sette anni.
Ma chi è Giorgio Napolitano?
Nato più di ottanta anni fa (1925), vanta un passato da giovanissimo antifascista e una lunga carriera nel PCI.
Laureato in Giurisprudenza, da politico è stato deputato, ministro degli esteri nel 1989, ministro dell’interno nel 1996, parlamentare europeo e Presidente della Camera, Senatore a vita e ora Presidente della Repubblica.
Pur non apprezzando totalmente la scelta, da questo blog i migliori auguri al nuovo Presidente.
(Ansa)
domenica 30 aprile 2006
Morte alla stessa ora
E' la realtà che supera ogni immaginazione.
(la Repubblica)
venerdì 28 aprile 2006
Le comiche
(la Repubblica)
mercoledì 19 aprile 2006
Cina senza pioggia
"Il governo cinese si prepara a bombardare chimicamente i cieli per provocare pioggia: è l'estremo rimedio allo studio, contro l'apocalisse di sabbia e polveri tossiche che si è abbattuta da una settimana su Pechino e tutte le regioni settentrionali del paese".
Ne parla Federico Rampini su "la Repubblica" di ieri.
L'articolo è anche on line.
(la Repubblica)
sabato 15 aprile 2006
Insopportabili
Che facciamo, gliela diamo vinta? Che tanto ormai ho capito: questi qui non sanno proprio perdere.
(la Repubblica)
