Visualizzazione post con etichetta pessimismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pessimismo. Mostra tutti i post

martedì 1 gennaio 2013

La tecnologia ci rende meno social?



Oggi riflettevo su quanto la tecnologia ci avvicini e ci semplifichi le cose, ma su quanto allo stesso tempo riesca ad allontanarci gli uni dagli altri, e alle volte a complicarci la vita.

Durante queste feste grazie alle meraviglie offerte dalla tecnologia sono riuscito a:
-Trovare rapidamente la strada più veloce per raggiungere alcune mete, grazie al servizio di mappe sul mio cellulare;
-Leggere due libri comodamente su Kindle, scaricarne un altro gratuito in un paio di click, evitando di appesantirmi inutilmente la valigia;
-Festeggiato il capodanno collegato via Skype con mia sorella, a più di 2000 km di distanza;
-Fatto foto al panorama di Napoli, uploadandole immediatamente sui più noti social network;
-Augurato buone feste ad amici vicini e lontani, usando i più svariati social network e applicazioni; Nell'ordine: WhatsApp, Facebook, Twitter e poi forse un paio di messaggini, devo ammetterlo sempre e solo come risposta ad auguri precedentemente ricevuti.
-Non perdemi nulla, via twitter, degli avvenimenti politici e culturali più importanti delle ultime settimane.

Allo stesso tempo, pero, durante queste feste sono riuscito a:
-Perdermi più volte perché il mio cellulare non riusciva a geolocalizzarsi bene;
-Rendermi conto che la mia lettura si è fatta più frammentata e meno approfondita rispetto al passato, e soprattutto troppo distratta da stimoli indesiderati (un tweet arrivato sullo smartphone, l'icona della posta sul mac mi segnalava due nuovi messaggi e il timer del televisore mi ricordava che tra 10 minuti iniziava Masterchef);
-Non godermi poi tanto il panorama fotografato perché subito dopo doveva essere uploadato sui social network;
-Ricevere decine di auguri di buone feste, su tutti i social network a disposizione, quasi tutti indirizzati a decine di contatti alla rinfusa, taggati all'inverosimile, alla fine quasi anonimi e spersonalizzati;
-Perdere più tempo su twitter che a fare una bella chiacchierata approfondita con amici e parenti.

E poi mi sono accadute tre cose che mi hanno davvero fatto riflettere sui nostri tempi:
1) Ero in autobus, per un breve tragitto, a Napoli: solitamente Napoli è sinonimo di chiasso, di casino, di gente che parla a voce alta, e che si sbraccia. Quando son salito sul mezzo c'era un silenzio irreale: c'erano soprattutto ragazzi tra i 18 e i 30 anni, e anziani: i primi erano tutti con il naso nei loro smartphone, tutti a fare chissà che cosa, nessuno parlava, neanche con il loro amico o compagno di corsa.
2) Ero al concerto di Pino Daniele, al Teatro Palapartenope: Per goderci meglio lo show siamo andati quasi sotto al palco, in piedi, in posizione defilata sulla destra. Mi sono ritrovato ad avere una vista d'insieme su tutta la platea, quasi 5000 persone credo: e quello che ho visto sono state centinaia e centinaia di schermi luminosi puntati sul concerto, una scena quasi irreale in cui la metà delle persone presenti sembravano maggiormente interessate a filmare, fotografare o registrare il concerto, che godersi il momento.
3) Stasera, dopocena, ero in salotto con mia madre a guardare la tv: Un film. A metà ci siamo annoiati entrambi, e senza volerlo, quasi nello stesso istante, abbiamo acceso il portatile e abbiamo iniziato a navigare, controllare la posta, perdere tempo online. E' passata mezz'ora prima che uno dei due rivolgesse la parola all'altro. Eravamo nella stessa stanza, ma distratti dal piccolo schermo che avevamo a disposizione abbiamo ritenuto più interessante fare un giro sul web che scambiare due chiacchiere. E vorrei che non capitasse mai più.

martedì 8 gennaio 2008

Napoli, la munnezza, una battaglia già persa



Il direttore de "la Repubblica", Ezio Mauro, per l'emergenza rifiuti a Napoli e gli scontri di Pianura è addirittura sceso da Roma a vedere ciò che sta realmente accadendo nella città più vergognosa e invivibile d'Europa.
Il risultato è un reportage duro e amareggiato, che prende atto di come ormai l'immondizia abbia vinto sullo Stato. Anzi stato, con la lettera minuscola, così come minuscole devono essere le iniziali del sindaco iervolino, del presidente bassolino. Di tutti quelli che hanno permesso che si arrivasse a questo punto. Via, nella munnezza anche loro, ora.
E fa comodo, molto comodo usare sempre la carta della camorra, per giustificare l'emergenza napoletana.
Il problema vero, come ha sottolineato anche Saviano, è che "L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa".
E quindi ora noi napoletani ci troviamo in questa situazione da terzo mondo.
Le cause? Risalgono a decenni fa, comprendono incapacità politiche, collusioni con la camorra, interessi potenti, incapacità oggettive e giri di soldi mostruosi sopra le nostre teste. Parlarne ora avrebbe un senso? Vogliamo analizzare il passato o cercare soluzioni per il futuro?
E ora, ora che siamo all’8 gennaio 2008, cosa abbiamo?
Abbiamo Napoli e Pianura sulle prime pagine di tutto il mondo, con la loro munnezza.
Abbiamo una città allo sfascio, dei politici incapaci sempre più stretti ai loro scranni.
Una popolazione divisa tra il vittimismo e l’incredulità. Che non ha mai fatto raccolta differenziata, tollera fin quando possibile, poi esplode.
Abbiamo chiacchiere inutili e sassaiole. Munnezza bruciata, cassonetti strapieni. Tumori in aumento, agricoltura infetta.
E gli scontri di vera e propria guerriglia urbana. La camorra e i delinquenti provenienti da altre zone di Napoli (c’è chi dice pagati da alcune forze politiche), gli ultras che spaccano, rompono, assaltano, protestano distruggendo ancor di più un quartiere già distrutto.
Con interi quartieri in preda all’anarchia, con la gente civile costretta a vivere chiusa in casa, per paura degli scontri, della munnezza, del tanfo orribile dei rifiuti.
Gente costretta ad escogitare piani di fuga per raggiungere il posto di lavoro, una farmacia, un ospedale se si trova in difficoltà.
Gente che non sa più dove sbattere la testa, che ogni giorno si intossica, virtualmente e realmente. L’aria che respiriamo, i cibi che mangiamo, tutto ciò che ci circonda.
Munnezza. Munnezza e violenza. Un vicolo cieco, nessuna speranza.
Questo è tutto quello che ci resta, oggi, a Napoli.

domenica 9 settembre 2007

Postpessimista

Quando esco per Napoli e torno a casa, la sera, mi sento sporco.
Sporco di tanta inciviltà, tanta mediocrità, tanta volgarità tanta indecenza. Sporco di una città senza speranza, dalla quale è necessario scappare per non affogare nella melma che ne riempie le fondamenta.
E pensare che stasera sono stato bene, ho incontrato due amici che non vedevo da tempo, con cui ho condiviso tanto in passato e tanto vorrò condividere in futuro.
Ma a casa mi sentivo comunque sporco. Imbrattato da un dialetto volgare che non sento mio, annerito dal fumo di migliaia di motorini senza casco, sudato a causa di una tensione accumulata per lo stretto contatto con un popolo e una gioventù che non m'appartiene.
Bel post pessimista. Antò, non ti va mai bene niente. Sei qualunquista, retorico e generalizzi.
Non lo so, io mi sono rotto. Ma il limite è ormai superato.
Mi sento sporco. Ho provato a lavare bene le mani e il viso. Col sapone, più e più volte. Non è servito a nulla.

Postpessimista

Quando esco per Napoli e torno a casa, la sera, mi sento sporco.
Sporco di tanta inciviltà, tanta mediocrità, tanta volgarità tanta indecenza. Sporco di una città senza speranza, dalla quale è necessario scappare per non affogare nella melma che ne riempie le fondamenta.
E pensare che stasera sono stato bene, ho incontrato due amici che non vedevo da tempo, con cui ho condiviso tanto in passato e tanto vorrò condividere in futuro.
Ma a casa mi sentivo comunque sporco. Imbrattato da un dialetto volgare che non sento mio, annerito dal fumo di migliaia di motorini senza casco, sudato a causa di una tensione accumulata per lo stretto contatto con un popolo e una gioventù che non m'appartiene.
Bel post pessimista. Antò, non ti va mai bene niente. Sei qualunquista, retorico e generalizzi.
Non lo so, io mi sono rotto. Ma il limite è ormai superato.
Mi sento sporco. Ho provato a lavare bene le mani e il viso. Col sapone, più e più volte. Non è servito a nulla.