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domenica 26 maggio 2013

Il grande Gatsby di Luhrmann, secondo me



La prima cosa che ho da dire sul Grande Gatsby di Luhrmann è che credo sia impossibile trovare una recensione che non azzardi paragoni con il libro di F.S. Fitzgerald (e che ci spieghi la trama del breve romanzo dello scrittore, come se ce ne fosse bisogno). Capisco bene che stiamo parlando di una delle opere più significative del romanzo americano del ventesimo secolo, ma discutere della fedeltà all'opera narrativa, della coerenza con il tono del romanzo e di altre cose simili credo sia, sinceramente, una questione secondaria.

I libri sono i libri, i film sono i film. Ho amato Il Padrino di Mario Puzo, come ho amato per altre ragioni i primi due film di F.F. Coppola, che erano totalmente diversi. Un altro esempio? Non è un paese per vecchi (libro) ha toni totalmente diversi dal film dei Cohen, ma se qualcuno mi viene a chiedere "meglio il libro o il film" rischia grosso, perché credo sia una domanda che non merita risposta. E così vale per decine di casi simili.

Dico io: prendiamo allora il film di Luhrmann per quello che è, senza fare sterili paragoni con il romanzo. Qual è il mio giudizio? Un film maestoso e coraggiosamente pop, con una prima parte travolgente per scenografie e costumi (sfido chiunque a non emozionarsi durante la scena della festa; e non è adorabile la scena dell'incontro con Daisy, nella villetta stracolma di fiori?), e una seconda cupa e commovente. Gli attori sono in parte, la colonna sonora è una bomba, l'effetto complessivo - sia in sala, che fuori - è quello di un'esplosione di colori e suoni, una sbornia che neanche le feste di Gatsby nella sua villa riuscivano a ricreare.

Ripercorrere pedissequamente nel 2013 il capolavoro di F.S. Fitzgerald non avrebbe avuto senso, siamo seri. Prendere un'opera importantissima, coglierne l'essenza rivoltarla come un calzino, e farne un kolossal patinato, sfavillante, colorato e moderno, a mio parere, sì. Non rispecchia fedelmente le atmosfere del libro, l'inquietudine e il dramma del romanzo? Ce ne faremo una ragione, perché quella luce verde al di là della baia che ci ha fatto emozionare sulla pagina, c'è riuscita anche sul grande schermo.

sabato 8 dicembre 2012

PIOVONO FIORI SU NAPOLI E SCAMPIA



“N.U. – NETTEZZA URBANA
PIOVONO FIORI SU NAPOLI E SCAMPIA”
di  Nevio Casadio
in onda domenica 9  dicembre 2012 - ore  23.30 RaiUno
a cura della redazione Speciali e Rai Educational

Il quartiere di Scampia anche questa settimana è al centro della cronaca nera.  Speciale Tg1 il documentario trasmette “N.U. nettezza urbana – piovono fiori su Napoli e Scampia” il docufilm di Nevio Casadio che parte dall’emergenza rifiuti  a Napoli e ci porta nel cuore di Scampia, di questo quartiere che doveva essere  una città modello ed è finito in mano alla camorra fra degrado, droga,
disoccupazione. Tra i ballatoi, le scale, gli appartamenti occupati delle Vele le  telecamere cercano segnali di speranza. E’ difficile, ma dalle forze dell’ordine, dalle associazioni di volontariato e dagli artisti arrivano indicazioni di un futuro possibile.

lunedì 23 aprile 2012

Il booktrailer di La società degli animali estinti di Jeffrey Moore.
Una produzione Isbn Edizioni, con la regia di Massimo Coppola.

mercoledì 30 marzo 2011

Ricevo e pubblico


ZaLab
con
 BIG SUR, PMI e OFFICINAVISIONI
Presentano
JU TARRAMUTU



In anteprima nazionale mercoledì 6 aprile 2011
Un film documentario di Paolo Pisanelli
musiche: Animammersa
prod. Big Sur, PMI e OFFICINAVISIONI (89’ Digital Betacam – Italia 2010)

“C’è una cosa che nessuna tv, nessuna radio può riportare fedelmente: il silenzio. Nei primi giorni dopo il sisma il silenzio era ovunque. Non solo tra le macerie. Le persone andavano in giro come fantasmi. In mezzo alla gente c'era il silenzio, dentro la testa c'era il silenzio”.



La notte del 6 aprile 2009 un violento terremoto ha devastato una delle più belle città italiane e il suo territorio, dotato di  uno straordinario patrimonio artistico e naturale.
Dopo quella notte, L’Aquila è divenuta teatro della politica sia nazionale che internazionale. Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha deciso di spostare il summit del G8 nel capoluogo abruzzese per captare l’attenzione e ottenere aiuti internazionali.
Per mesi le persone “terremotate” sono rimaste spaesate e totalmente escluse dalle scelte politiche che decidevano il loro futuro.
In un periodo di quindici mesi di riprese, il film racconta la città più mediatizzata e mistificata d’Italia, passata dalla rassegnazione alla rivolta attraverso mille trasformazioni, intrecciando storie di persone, luoghi, cantieri, voci e risate di “sciacalli” imprenditori che hanno scatenato la protesta delle carriole, quando ormai il terremoto non faceva più “notizia”. Riprendiamoci la città hanno gridato gli abitanti dell’Aquila e si sono organizzati per spalare le macerie, dimostrando la volontà di non rassegnarsi al silenzio, anche se costretti a vivere nelle periferie di una città fantasma.

ZaLab sostiene la distribuzione del documentario. Chiunque fosse interessato a organizzare una proiezione del film o il 6 aprile o in altre date, può contattarci scrivendo all’indirizzo distribuzione@zalab.org
Per vedere il trailer del film e per maggiori informazioni sulle proiezioni:
http://jutarramutu.blogspot.
com/

domenica 6 febbraio 2011

La versione di Barney




Diciamo la verità, a mio modesto parere era davvero impossibile rendere il capolavoro di Mordecai Richler sullo schermo. Quando lo lessi, ormai 4-5 anni fa, ricordo di aver riso e pianto in modo incontenibile, e il personaggio di Barney Panofsky è rimasto dentro me, crescendo, per anni.
I
l film però non è male: Giamatti è stratosferico, da Oscar, Hoffman pure molto bravo, insomma si vede con piacere, anche se forse indugia troppo sul dolore nella seconda parte ed è impossibile non piangere, non versare una lacrimuccia, negli ultimi venti minuti di film. Ma il libro è davvero inarrivabile.

domenica 14 febbraio 2010

Su Avatar



Non è certo un film da ricordare per la trama, collage furbetto di temi e stereotipi cinematografici che sanno di già visto. E nemmeno per le interpretazioni dei protagonisti. anche se Sam Worthington sa il fatto suo e rivedere Sigourney Weaver è sempre un piacere.

Avatar però è un film spartiacque, nel campo del cinema fantastico e non solo. Spinge chilometri più in là le possibilità offerte dalla settima arte, spalanca le porte dell'immaginazione con la creazione di un mondo fantastico e indimenticabile. Fonde ancora di più - indissolubilmente - il mondo del cinema e degli attori in carne ed ossa, con quello del 3D e degli effetti visivi.
E poco importa se il film ci ricorda Pochaontas, Balla coi Lupi, L'ultimo dei Mohicani o chissà quale altra pellicola "saccheggiata". Quello che conta, in questo caso, è il risultato finale. Imponente, magnifico, coinvolgente, esteticamente rivoluzionario. Un viaggio dal quale è impossibile non lasciarsi scombussolare. Un'esperienza cinematografica - per il momento - unica ed emozionante. Da vivere assolutamente.

lunedì 22 giugno 2009

Up della Pixar




Non vedo l'ora che arrivi ottobre per andare a vedere Up, il nuovo film della Pixar.
Per avere un po' una idea della trama e dei personaggi, consiglio un giro su Trailer Island: ecco il trailer italiano, quello americano, e due splendidi upisodes.

(Trailerisland)

mercoledì 30 gennaio 2008

Cloverfield

Dopo mesi di viral marketing e indiscrezioni, arriva anche in Italia Cloverfield.
Che pare essere sfizioso assai. Non certo un film da intellettuali, ma abbiamo già visto con piacere Io sono Leggenda, quindi un'altra ora e mezza di azione, mostri brutti e cattivissimi e urla di terrore non ci faranno poi tanto male.

(Qui una serie di link: Il finto servizio giornalistico sull'incidente che distrugge una piattaforma nell'Oceano; Il Trailer americano; 5 minuti sempre dal film).

sabato 26 gennaio 2008

Che bello l'uomo sulla luna



Ieri ho visto Man on the moon, di Milos Forman, con Jim Carrey.
E più che del film in sè, davvero straordinario, vorrei parlarare di quel fantastico personaggio che corrisponde al nome di Andy Kaufman.
Andy Kaufman, chi era costui? Io non ne sapevo nulla, prima di vedere il film.
Ma poi basta un piccolo giro su google, per capire chi fosse. Folle, geniale, anticonformista, avanguardista. Di quelli che dici "o lo odi, o lo ami". Di sicuro uno che sapeva come giocare con la tv, i media, il suo pubblico.
Date un'occhiata a questi filmati su youtube (leggendovi prima almeno la wikipedia, va'). E poi mi fate sapere.



(Imdb, Wikipedia, Youtube)

sabato 8 dicembre 2007

Il regista che non ti aspetti



Ho degli scheletri nell'armadio che quasi mi vergono a tirar fuori. Come i miei ascolti musicali adolescenziali, tra i quali rientravano tranquillamente anche Linkin Park e Limp Bizkit. 
Sì sì, proprio il gruppo di Fred Durst, cantante ubriacone, erotomane, un po' imbolsito, che ha venduto milioni di dischi negli Usa e qui da noi ha vissuto qualche estate di notorietà sull'onda dei singoli.
Da almeno 3-4 anni non ne sentivo più parlare. Stamattina (non so perché, avrò mangiato pesante ieri sera) mi sono svegliato pensando a lui, ho digitato su google il suo nome e cosa ho scoperto? Che ha addirittura diretto un film, The Education of Charlie Banks, che ha entusiasmato critica e pubblico all'ultimo Tribeca Film Festival.
Paragonato, addirittura, a Martin Scorsese. Ed io che non gli avrei dato un euro in mano.

(Imdb, MTV)

mercoledì 14 novembre 2007

Them, di David Moreau e Xavier Palud



Si può realizzare un film horror con pochi, pochissimi mezzi, solo qualche goccia di sangue versato e neanche una scena splatter?
Pare di sì, dato che l’altro ieri per conciliarmi il sonno ho fatto zapping su sky e ho trovato questo Them, horror francese ambientato a Bucarest e ispirato ad una storia vera.
Poco più di 70 minuti di camera a mano, inquadrature traballanti, buio e alta tensione. Una coppietta di sposi e una casa enorme dispersa nel bosco. Strane presenze, grida e rumori da gelare il sangue nelle vene. Dalla casa si arriva al bosco, e poi giù nelle fogne.
Con finale a sorpresa a dir poco shockante.
Niente, fatto sta che mi sono ritrovato rannicchiato sul divano con tutt’e due le mani sugli occhi.
Mamma che paura.

sabato 17 febbraio 2007

Lynch Empire



Chi è David Lynch?  


Un pazzo visionario, un genio incompreso, un regista fin troppo complesso e incomprensibile.
Le sue anime multiformi si sovrappongono e confondo in un mosaico sempre imprevedibile, così come ogni sua pellicola, d’altra parte.
Lynch è nato 61 anni fa e come prima cosa dipinge. Poi, trasporta la visionarietà delle sue tele su pellicola, realizzando i primi corti in bianco e nero nei quali sposa alla perfezione scenari surreali e immagini allegoriche.



Gira dei corti, alcuni di un impatto visivo terrificante. Su Youtube ce ne sono alcuni, per capire un po’ che intendo.



Poi, inizia a dirigere lungometraggi.



Giusto per partire in sordina, senza esagerare, partorisce un manifesto della propria poetica allucinata e allucinante che ha per titolo Eraserhead (La mente che cancella), nel quale fa tutto – ma proprio tutto – in proprio. E crea un’opera che a quasi trent’anni dalla realizzazione lascia a bocca aperta come la prima volta



Film inclassificabile, visivamente esplosivo, narrativamente delirante, permette subito a Lynch di diventare, se non un regista amato, per lo meno molto conosciuto per il proprio stile.



Così il passo successivo è un tuffo direttamente nel pieno di Hollywood, con lo straordinario The elephant man, nel quale la potenza visiva del bianco e nero usato per descrivere la vita e la morte di Joseph, - John – Merrick, uomo elefante passato rapidamente da fenomeno da baraccone a personaggio amato anche dalla nobiltà inglese.



Dopo questa parentesi hollywoodiana (forse forzata?), nella quale il genio lynchiano ha dovuto adeguarsi ad alcuni canoni cinematografici tradizionali, riemerge il genio delirante: dapprima Dune, budget enorme e successo commerciale minimo.


Ma ancora una volta una pellicola di una potenza visiva incredibile. Poi seguiranno i deliri erotici di Velluto Blu, il contestato Cuore Selvaggio – Palma d’Oro a Cannes, la parentesi televisiva con le 30 puntate di Twin Peaks", il contorto rompicapo di Strade perdute e le storie oniriche di Mulholland Drive, nel 2001..




La frase più usata e abusata per descrivere il regista? O lo si ama, o lo si odia. Il che è vero, anzi per Lynch è la cosa più ovvia che si possa dire. Perché Lynch è straripante, aggressivo, eccessivo, sperimentale e imprevedibile come pochi altri registi sanno essere.
La sua inquadratura si riconosce tra mille, i suoi esperimenti visivi non hanno ancora trovato epigoni.




E la sua importanza nel mondo cinematografico contemporaneo Lynch la dimostra di nuovo in INLAND EMPIRE, sei anni dopo l'ultimo film.
Arte? Video-arte? Cinema del futuro?
Ancora non so. Certo è che più che un film, INLAND EMPIRE è un’esperienza.
Unica, irripetibile. Senza connotazioni positive o negative. Io non ho mai vissuto al cinema quello che ho vissuto stasera. Non ho mai visto sul grande schermo una cosa simile.
INLAND EMPIRE è la morte del cinema, e la rinascita di un nuovo cinema. Una sorta di flusso di coscienza in fotogrammi, in una storia che storia in realtà non è. Non c’è trama, o meglio la trama è così complessa - forse impossibile da comprendere - che è inutile parlarne.
Restano le immagini, le associazioni di idee, una colonna sonora da paura, e tutta una serie di emozioni che è quasi impossibile spiegare.
Il film in questione, come molti altri di Lynch, non finisce ai titoli di coda ma continua nella mente per ore, forse giorni. Cresce dentro e ti fa andare in pappa il cervello, volendo citare la spigolosa Laura Dern della pellicola.
Alle volte viene da pensare che ad un genio riconosciuto come Lynch sia tutto permesso, data l’autorevolezza, e che INLAND EMPIRE sia un modo per prendersi gioco dello spettatore con una storia che non sembra avere né capo né coda.
Io questo ancora non lo so. Ma so che sono letteralmente sconcertato da quello che ho visto.
Un meta-film, forse un meta-meta-film, con 4-5 piani narrativi che si sovrappongono e si intrecciano disorientando continuamente lo spettatore mentre lo spazio ed il tempo che si annullano e si contorcono senza sosta, creando quantità infinite di mondi paralleli.
Di sicuro, INLAND EMPIRE non può lasciare indifferenti: privarvi di una simile visione e non abbandonarvi a queste 3 ore di film, sospese tra realtà, sogno ed incubo, significa perdere un’esperienza indimenticabile.


Lynch Empire



Chi è David Lynch?  


Un pazzo visionario, un genio incompreso, un regista fin troppo complesso e incomprensibile.
Le sue anime multiformi si sovrappongono e confondo in un mosaico sempre imprevedibile, così come ogni sua pellicola, d’altra parte.
Lynch è nato 61 anni fa e come prima cosa dipinge. Poi, trasporta la visionarietà delle sue tele su pellicola, realizzando i primi corti in bianco e nero nei quali sposa alla perfezione scenari surreali e immagini allegoriche.



Gira dei corti, alcuni di un impatto visivo terrificante. Su Youtube ce ne sono alcuni, per capire un po’ che intendo.



Poi, inizia a dirigere lungometraggi.



Giusto per partire in sordina, senza esagerare, partorisce un manifesto della propria poetica allucinata e allucinante che ha per titolo Eraserhead (La mente che cancella), nel quale fa tutto – ma proprio tutto – in proprio. E crea un’opera che a quasi trent’anni dalla realizzazione lascia a bocca aperta come la prima volta



Film inclassificabile, visivamente esplosivo, narrativamente delirante, permette subito a Lynch di diventare, se non un regista amato, per lo meno molto conosciuto per il proprio stile.



Così il passo successivo è un tuffo direttamente nel pieno di Hollywood, con lo straordinario The elephant man, nel quale la potenza visiva del bianco e nero usato per descrivere la vita e la morte di Joseph, - John – Merrick, uomo elefante passato rapidamente da fenomeno da baraccone a personaggio amato anche dalla nobiltà inglese.



Dopo questa parentesi hollywoodiana (forse forzata?), nella quale il genio lynchiano ha dovuto adeguarsi ad alcuni canoni cinematografici tradizionali, riemerge il genio delirante: dapprima Dune, budget enorme e successo commerciale minimo.


Ma ancora una volta una pellicola di una potenza visiva incredibile. Poi seguiranno i deliri erotici di Velluto Blu, il contestato Cuore Selvaggio – Palma d’Oro a Cannes, la parentesi televisiva con le 30 puntate di Twin Peaks", il contorto rompicapo di Strade perdute e le storie oniriche di Mulholland Drive, nel 2001..




La frase più usata e abusata per descrivere il regista? O lo si ama, o lo si odia. Il che è vero, anzi per Lynch è la cosa più ovvia che si possa dire. Perché Lynch è straripante, aggressivo, eccessivo, sperimentale e imprevedibile come pochi altri registi sanno essere.
La sua inquadratura si riconosce tra mille, i suoi esperimenti visivi non hanno ancora trovato epigoni.




E la sua importanza nel mondo cinematografico contemporaneo Lynch la dimostra di nuovo in INLAND EMPIRE, sei anni dopo l'ultimo film.
Arte? Video-arte? Cinema del futuro?
Ancora non so. Certo è che più che un film, INLAND EMPIRE è un’esperienza.
Unica, irripetibile. Senza connotazioni positive o negative. Io non ho mai vissuto al cinema quello che ho vissuto stasera. Non ho mai visto sul grande schermo una cosa simile.
INLAND EMPIRE è la morte del cinema, e la rinascita di un nuovo cinema. Una sorta di flusso di coscienza in fotogrammi, in una storia che storia in realtà non è. Non c’è trama, o meglio la trama è così complessa - forse impossibile da comprendere - che è inutile parlarne.
Restano le immagini, le associazioni di idee, una colonna sonora da paura, e tutta una serie di emozioni che è quasi impossibile spiegare.
Il film in questione, come molti altri di Lynch, non finisce ai titoli di coda ma continua nella mente per ore, forse giorni. Cresce dentro e ti fa andare in pappa il cervello, volendo citare la spigolosa Laura Dern della pellicola.
Alle volte viene da pensare che ad un genio riconosciuto come Lynch sia tutto permesso, data l’autorevolezza, e che INLAND EMPIRE sia un modo per prendersi gioco dello spettatore con una storia che non sembra avere né capo né coda.
Io questo ancora non lo so. Ma so che sono letteralmente sconcertato da quello che ho visto.
Un meta-film, forse un meta-meta-film, con 4-5 piani narrativi che si sovrappongono e si intrecciano disorientando continuamente lo spettatore mentre lo spazio ed il tempo che si annullano e si contorcono senza sosta, creando quantità infinite di mondi paralleli.
Di sicuro, INLAND EMPIRE non può lasciare indifferenti: privarvi di una simile visione e non abbandonarvi a queste 3 ore di film, sospese tra realtà, sogno ed incubo, significa perdere un’esperienza indimenticabile.


martedì 2 gennaio 2007

Il cielo sopra Berlino, di Wim Wenders



Il primo film che ho visto – rivisto, per l’ennesima volta – nel 2007 è stato “Il cielo sopra Berlino”.
Per l’ennesima volta mi sono perso nelle magiche immagini di quella Berlino divisa dal muro,  ma unita dagli angeli e dal cielo di cui si fanno portavoce.
Una città carica di storia, sospesa tra un passato doloroso e orribile, ed un futuro che di lì a poco sarebbe stato riscritto, ma che restava ancora un’incognita, sotto il perso dei mattoni di quel Muro che tagliava in due il suo corpo ancora sofferente.
Solo il cielo riesce a tenere ancora unite le due anime di Berlino.
E Wenders, cantore di storie comuni e osservatore curioso della realtà umana, segue quegli angeli che seguono gli uomini nella loro quotidianità, appoggiati alla Siegessäule o ad un concerto di Nick Cave, sul luogo di un incidente o in una biblioteca nell’ora di punta.
Il regista si perde per le strade della città: riprende gesti, dettagli, ma anche spazi immensi, palazzi, monumenti. Ci regala toccanti immagini di repertorio, un doloroso viaggio nella memoria.
Si sofferma su particolari estremamente necessari, ci fa ascoltare, attraverso le orecchie dei due angeli (Damiel – Bruno Ganz e Cassiel – Otto Sander), i pensieri di un’umanità varia e disorientata. Ma non riescono a comprenderla a pieno, perché non possono viverla sulla propria pelle.
Tutto questo mentre il cantore Omero si aggira tra i mille volumi della biblioteca, ricordando gli orrori della guerra, e Peter Falk interpreta se stesso, ma al termine della pellicola si rivela altro.
Gli angeli proteggono gli uomini, annotano su dei taccuini i loro pensieri, ma capita anche che possano innamorarsi. E così, Damiel, per amore della bella trapezista Marion – Solveig Dommartin – sceglie di diventare uomo e carne.
“Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?”, si chiede la donna, bloccata dalle mille preoccupazioni di una vita difficile da affrontare. Il circo sta per chiudere i batternti ed il suo cuore, inoltre, sembra essersi fermato da tempo, come un orologio rotto che stenta a ripartire.
Ma non per sempre, fortunatamente, come testimoniato dal meraviglioso, interminabile dialogo finale con Damiel, con i Bad Seed di Cave che risuonano in lontananza.
Finalmente insieme, i due potranno amarsi e Marion, come un vero angelo, potrà  di nuovo volteggiare appesa ad una fune - come in passato – in quell’incomprensibile circo che è la vita, stavolta guidata e protetta dal suo angelo Damiel, fattosi uomo.

Wenders, in questo che è puro cinema di poesia, ci parla di sofferenze, amori, solitudini e amicizie, con la solita mano delicata e la giusta dose di lirismo.
Il bianco e nero – quando gli angeli osservano il mondo – affascina, il colore della realtà attraverso gli occhi degli uomini risplende e abbaglia.
Ogni immagine imprigionata da Wenders sulla pellicola, tocca le corde dell’animo come pochi altri film sono in grado di fare.
Film intenso ed emozionante, girato dal regista tedesco tra il 1986 e l’87, dopo un periodo di cinema “americano” – 4 film, per lui, girati negli Stati Uniti fino al 1984 – questo Cielo risplende ogni volta che lo si rivede, di una luce viva e abbagliante.
Non solo immagini sublimi, ma anche un continuo mescolarsi di sensazioni ed emozioni.
E, soprattutto, una storia. Una storia fatta di frammenti di storie: semplice e essenziale, antica e moderna, una storia che riesce a catturarti col suo essere tutto e niente, e dove il cielo, quello splendido cielo sopra Berlino diventa il trait d’union tra gli affascinanti dialoghi dei protagonisti – nati dalla penna di Peter Handke: pesanti come macigni, ed incredibilmente poetici  – e le immagini della Berlino degli anni Ottanta che quasi stenti a riconoscere.
Est e Ovest, Occidente e Comunismo. In mezzo, il muro, così carico e pregno di significati.
Ha scritto lo stesso regista, per spiegare la particolare atmosfera della città: "Berlino è divisa come il nostro mondo, è scissa come il nostro tempo, è separata come lo sono uomini e donne,giovani e anziani, poveri e ricchi, è frantumata come ciascuna nostra esperienza. [...] La mia storia parla di Berlino non perché sia ambientata qui, ma semplicemente perché non potrebbe essere ambientata in nessun altrove. Il film si intitolerà: IL CIELO SOPRA BERLINO, essendo il cielo, oltre al passato ovviamente, l'unico elemento comune alle due città contenute in questa città. Quasi a dire: 'Solo il cielo sa...' se ci sarà un futuro comune a entrambe."
Il Cielo sopra Berlino è un film necessario come pochi altri.
E Wim Wenders un poeta.

domenica 22 ottobre 2006

Gangster Story, di Arthur Penn

Partiamo dalla fine: una scena così in un film del 1967 è a dir poco micidiale.
Due minuti prima Bonny e Clyde vivi, sorridenti, i banditi più famosi d'America.
Due minuti dopo, cadaveri crivellati di colpi in un lago di sangue.
Ed il ralenti serve solo a rendere ancora più realistica e drammatica una scena, già di per sè, incredibilmente intensa.
Perché si sapeva, in fondo, che i due prima o poi sarebbero passati a miglior vita.
Le rapine, le foto su i giornali di tutto il paese, le taglie sulla loro testa. Il momento della morte sarebbe arrivato presto. L'avevano intuito anche loro che era troppo tardi, avevano superato il punto di non ritorno, e non avrebbero mai potuto cambiare vita e cancellare il passato.
Lo sapevano.
Come lo sapevo anch'io, e sapevo che stasera avrei visto un grande film.
"Gangster Story", di Arthur Penn. Un film eccezionale.
Grande tensione narrativa, le interpretazioni eccellenti di Warren Beatty e Gene Hackman, il cameo di Gene Wilder, le auto d'epoca per le quali impazzisco (pur non capendoci nulla), le rapine in banca e gli inseguimenti mozzafiato tra paesini texani e strade di campagna desolate. E poi, lei: una Faye Dunaway così bella da sembrare quasi irreale.
Il film risente molto dell'influenza della Nouvelle Vague francese, dei cambiamenti politici e sociali oltreoceano, e diventa caposcuola di tutto quel cinema americano a cavallo tra gli anni Sessante e Settanta, attraverso il quale una nuova generazione di registi (Penn, Hopper, Peckinpah) ha intenzione di applicare la propria mano ed il proprio stile in ogni inquadratura.
Un cinema ribelle, fuori dai canoni del tempo, innovativo.
Un cinema che sa appassionare e coinvolgere emotivamente lo spettatore.
E, anche a distanza di quasi quarant'anni, risulta ancora incredibilmente attuale.

venerdì 20 ottobre 2006

Fascisti su Marte

Alla festa del Cinema di Roma, qualche giorno fa, Guzzanti ha presentato la versione cinematografica di Fascisti su Marte.
Quale motivo migliore, dunque, per rivedere gli esilaranti episodi  andati in onda in tv qualche anno fa.
Ecco la sigla, allora, e le puntate successive trovate su youtube.

(Youtube)

giovedì 19 ottobre 2006

La venticinquesima ora, di Spike Lee

Ieri notte ho colmato una mia grande lacuna cinematografica, vedendo "La venticinquesima ora" di Spike Lee.
Cinema black, cinema esaltante e arrabbiato, cinema di nuovo millennio.
Grande cinema, soprattutto.
Tutto è nato dal post dell'amico Simone che parlava del film e linkava "il monologo più ficcante del cinema contemporaneo".
Incuriosito, ho dato un occhio alla videoteca e ho visto il dvd comprato tempo fa, che stava accumulando polvere inutilmente da troppe settimane. Forse mesi.
Con New york come sfondo, il buon Eddie Norton - Monty giganteggia su tutti, è centro instabile attorno al quale gravitano tutti i personaggi. E' il suo ultimo giorno di libertà, prima di 7 anni di carcere per detenzione e spaccio di droga.
Deve dire addio al mondo per un po', e sa che dopo nulla più sarà come prima. Organizza il proprio ultimo giorno per salutare tutti: il padre, la sua donna, i vecchi amici d'infanzia, purtroppo anche i nuovi amici, malavitosi poco raccomandabili che hanno organizzato per lui una festa d'addio.
Intanto i dubbi continuano ad ossessionarlo: chi ti ha tradito, Monty? Perché ti sei ridotto così?
Troppo tardi per quest'ultima domanda, ormai il dado è tratto.
Ti resta solo un ultimo giorno, poi perderai tutto.

Al di là della splendida trama tratta dal libro di Benioff, quello che è di altissimo livello è la solita, originale regia di Spike Lee.
La macchina da presa gioca con i volti dei personaggi che popolano questa grande mela, questo melting pot che Monty manderebbe volentieri a fanculo ("fuck you" a tutto e a tutti, dice il suo doppio allo specchio).
Si agita nervosa, a volte. Altre volte, in modo quasi neorealistico, si limita a pedinare Monty, a passeggio con il proprio cane per le strade ancora vuote di Mahnatthan, all'alba.
E’ la mano di un regista ormai completamente maturo ad orchestrare il tutto. E lo fa, come sempre, accompagnato da una colonna sonora di altissimo livello, ricca di rap, hip hop, jazz e musica da disco.
Con un richiamo improvviso e coraggioso a Ground Zero, al centro del film, la scena dell’ultimo saluto così violenta e geniale, ed un finale teatrale e commovente, che non può davvero lasciare indifferenti.


(Kitsch)

domenica 8 ottobre 2006

1° BLOG

Quel geniaccio di Akille ha scoperto in un film cult del 1984 un'inquietante scritta su un muro.
Il film è "L'allenatore nel pallone", la scritta sul muro di un campetto di periferia brasiliano è 1° BLOG.
Ed io sono molto curioso di capirne il significato.

(Akille)
 

domenica 10 settembre 2006

Slevin

Slevin non è affatto un brutto film, cosa che si potrebbe immaginare osservando soltanto il trailer e basandosi su qualche pregiudizio che spesso si riservano agli action movie di fine estate.
Basta far passare i titoli di testa e aspettare trenta secondi (e tre omicidi) per rendersi conto che il regista scozzese ha studiato molto Tarantino (Pulp Fiction e Jackie Brown, soprattutto), ha visto molte volte i Soliti Sospetti, ed è inoltre parecchio bravo con la macchina da presa e sa il fatto suo quando si tratta di creare suspence.
In fondo la storia non è niente male, una sceneggiatura bella articolata ed una trama avvincente e ricca di colpi di scena. Scambi di persona, coincidenze sfortunate, storie di gangster ed omicidi a ripetizione fin dalle prime sequenze.
Il cast è a dir poco stellare (Willis, Freeman, Hartnett, Ben Kingsley, Stanley Tucci e Lucy Liu), i dialoghi divertenti e serrati, e la tensione non cala mai.
Molto belle alcune trovate con la macchina da presa che si sposta rapidamente da un palazzo all’altro, o che indugia su primi piani dei protagonisti e si diverte a giocare con gli interni (è un film quasi interamente girato in interni) e i personaggi.
A metà tra un videoclip, uno spot, e Quentin Tarantino.
La serie di storie raccontate trovano pian piano un filo comune, e si inizia a capire il puzzle costruito dal regista, che regala più di una sorpresa, fino alla fine, senza annoiare mai.
Due ore di godibile spettacolo tutte pallottole e humor made in Scozia, insomma: il regista è bravo, alle volte un po’ esagerato e troppo sicuro di sé, ma bravo.
Josh Hartnett, al di là degli ottimi Willis, Freeman e Kingsley, è una piacevole sorpresa: un giovane attore davvero in gamba.
Questa serie di ingredienti, amalgamati alla perfezione, mi hanno fatto ricredere su questa pellicola che ero andato a vedere con qualche dubbio.
Ma alla fine, la visione è stata davvero un piacere. A parte i cinque cafoni dietro di noi che non riuscivano proprio a stare zitti, vabbè. Ed è per questo che non andavo al cinema da qualche mese, almeno.


(Imdb)