venerdì 15 settembre 2006

Lacrime per gli schiavi

Oggi ho riletto l'inchiesta di Fabio Gatti: "Io, schiavo in Puglia".
Ad un certo punto ho pianto. Le lacrime sono scese da sole, non sono riuscito a controllarle, tanta è stata la rabbia e la tensione accumulate nello sfogliare quelle pagine e conoscere quelle storie.
Ecco, è successo più o meno qui: "Nessuno sta invece indagando sulla morte di un bambino. Perché quello che è successo apparentemente non è reato. Il piccolo sarebbe nato a fine settembre. Liliana D., 20 anni, quasi all'ottavo mese di gravidanza, la settimana di Ferragosto arranca con il suo pancione tra piante di pomodoro. La fanno lavorare in un campo vicino a San Severo. Né il marito, né il caporale, né il padrone italiano pensano a proteggerla dal sole e dalla fatica. Quando Liliana sta male, è troppo tardi. Ha un'emorragia. Resta due giorni senza cure nel rudere in cui abita. Gli schiavi della provincia di Foggia non hanno il medico di famiglia. Sabato 18 agosto, di pomeriggio, il marito la porta all'ospedale a San Severo. La ragazza rischia di morire. Viene ricoverata in rianimazione. Il bimbo lo fanno nascere con il taglio cesareo. Ma i medici già hanno sentito che il suo cuore non batte più. Anche lui vittima collaterale. Di questa corsa disumana che premia chi più taglia i costi di produzione".
No. Ho pianto e non mi sono pentito.
Chissà se quelle sottospecie umane che sfruttano quei poveretti, invece, hanno mai versato una sola lacrima per le porcate che hanno fatto.

(l'Espresso)

2 commenti:

  1. Dov'e' la legalita? Chiamiamo Cofferati e vdiamo se ripristina la legalita?

    Dov'e' l'umanita? Dove stiamo andando? cosa siamo diventati?

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  2. Io sono felice di leggere che hai pianto. Ma non perchè sono sadica!
    ...è bello sapere che qualcuno non si è abituato/anestetizzato a notizie di questo tipo ma riesce ancora a fermarsi a pensare a cosa può significare per un altro essere umano essere sottoposto a condizioni di vita di quel tipo...è bello che si conservi un po' di empatia e la sensibilità di immedesimarsi nel dolore altrui.

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