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martedì 1 gennaio 2013

La tecnologia ci rende meno social?



Oggi riflettevo su quanto la tecnologia ci avvicini e ci semplifichi le cose, ma su quanto allo stesso tempo riesca ad allontanarci gli uni dagli altri, e alle volte a complicarci la vita.

Durante queste feste grazie alle meraviglie offerte dalla tecnologia sono riuscito a:
-Trovare rapidamente la strada più veloce per raggiungere alcune mete, grazie al servizio di mappe sul mio cellulare;
-Leggere due libri comodamente su Kindle, scaricarne un altro gratuito in un paio di click, evitando di appesantirmi inutilmente la valigia;
-Festeggiato il capodanno collegato via Skype con mia sorella, a più di 2000 km di distanza;
-Fatto foto al panorama di Napoli, uploadandole immediatamente sui più noti social network;
-Augurato buone feste ad amici vicini e lontani, usando i più svariati social network e applicazioni; Nell'ordine: WhatsApp, Facebook, Twitter e poi forse un paio di messaggini, devo ammetterlo sempre e solo come risposta ad auguri precedentemente ricevuti.
-Non perdemi nulla, via twitter, degli avvenimenti politici e culturali più importanti delle ultime settimane.

Allo stesso tempo, pero, durante queste feste sono riuscito a:
-Perdermi più volte perché il mio cellulare non riusciva a geolocalizzarsi bene;
-Rendermi conto che la mia lettura si è fatta più frammentata e meno approfondita rispetto al passato, e soprattutto troppo distratta da stimoli indesiderati (un tweet arrivato sullo smartphone, l'icona della posta sul mac mi segnalava due nuovi messaggi e il timer del televisore mi ricordava che tra 10 minuti iniziava Masterchef);
-Non godermi poi tanto il panorama fotografato perché subito dopo doveva essere uploadato sui social network;
-Ricevere decine di auguri di buone feste, su tutti i social network a disposizione, quasi tutti indirizzati a decine di contatti alla rinfusa, taggati all'inverosimile, alla fine quasi anonimi e spersonalizzati;
-Perdere più tempo su twitter che a fare una bella chiacchierata approfondita con amici e parenti.

E poi mi sono accadute tre cose che mi hanno davvero fatto riflettere sui nostri tempi:
1) Ero in autobus, per un breve tragitto, a Napoli: solitamente Napoli è sinonimo di chiasso, di casino, di gente che parla a voce alta, e che si sbraccia. Quando son salito sul mezzo c'era un silenzio irreale: c'erano soprattutto ragazzi tra i 18 e i 30 anni, e anziani: i primi erano tutti con il naso nei loro smartphone, tutti a fare chissà che cosa, nessuno parlava, neanche con il loro amico o compagno di corsa.
2) Ero al concerto di Pino Daniele, al Teatro Palapartenope: Per goderci meglio lo show siamo andati quasi sotto al palco, in piedi, in posizione defilata sulla destra. Mi sono ritrovato ad avere una vista d'insieme su tutta la platea, quasi 5000 persone credo: e quello che ho visto sono state centinaia e centinaia di schermi luminosi puntati sul concerto, una scena quasi irreale in cui la metà delle persone presenti sembravano maggiormente interessate a filmare, fotografare o registrare il concerto, che godersi il momento.
3) Stasera, dopocena, ero in salotto con mia madre a guardare la tv: Un film. A metà ci siamo annoiati entrambi, e senza volerlo, quasi nello stesso istante, abbiamo acceso il portatile e abbiamo iniziato a navigare, controllare la posta, perdere tempo online. E' passata mezz'ora prima che uno dei due rivolgesse la parola all'altro. Eravamo nella stessa stanza, ma distratti dal piccolo schermo che avevamo a disposizione abbiamo ritenuto più interessante fare un giro sul web che scambiare due chiacchiere. E vorrei che non capitasse mai più.

martedì 6 marzo 2007

Dimenticare/Ricordare

E’ che sono un po’ troppo distratto nell’ultimo periodo. Una parte di me già lo sapeva bene, fin troppo bene, che a fare mille cose alla fine non se ne fa nessuna come si deve.
Ma poi te lo fanno anche notare, tu incassi il colpo facendo spallucce, ma dentro ti rode perché in fondo sai che è la verità.
C’è poi il fatto che non dormo. Ancora. E anche quello che mi dimentico le cose, che poi è connesso al fatto che non dormo e che sono troppo distratto (vedi sopra).
Il che non è sempre un male – in certi casi – ma quando ti dimentichi di essere andato a lavoro con l’auto e te ne torni con l’autobus (pure preso di corsa), in effetti, questo inizia a farti riflettere.
Ma poi ti dimentichi che ci stavi riflettendo sopra, quindi torna tutto come prima. Senza problemi ulteriori. O meglio, meglio non pensarci.
Ho dimenticato che prima mi dicevo più spesso che avrei smesso di fumare il giorno dopo. Ora non ci provo proprio più, che non è il caso e sono troppo grande per continuare a prendermi in giro così.
Ho dimenticato di avere una montagna di libri che prendono polvere lì sul comodino. E che ci vorrebbe un’altra vita solo per leggerli, un’altra ancora per metabolizzarli, e una terza per raggrupparli tutti insieme e creare una cosa che sia realmente personale. Unica. Mia.
Poi ho dimenticato come si fa a non aver paure della vita e delle proprie idee, ad affrontarla – la vita – e metterle in pratica – le idee – senza pensarci più di tanto – diretto, sì, perché non lo sei mai? – a lasciare che le cose non mi scivolino sempre addosso, che poi passano, si allontanano, le hai perse e non capisci nemmeno il perché.
Ho dimenticato come si fa a non dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato. E che se non si ha ben chiaro dentro la testolina cosa dire, meglio stare zitti per non combinare casini. Che poi in fondo sei un romantico, e ci stai un po’ male anche se non lo dai a vedere.
Ho dimenticato. Ho dimenticato che non è sempre bello ricordare.
Ma so anche che è da questi due verbi che parte tutto: dimenticare/ricordare. Inutile girarci intorno, inutile restare sveglio fino alle tre passate e fumare ancora davanti a questa tastiera del cazzo.
Dimenticare alcuni ricordi – li decido io, quali – ricordarne altri, quelli belli sul serio, che se scavo bene li trovo ancora. Si contano sulla punta delle dita, mi sfuggono e forse mi ingannano, ma se ci penso rido ancora di gusto. Grazie.
Ricordarmi di dimenticare presto, quando serve. E ricordare che quando il treno è passato e se n’è andato puoi correre quando vuoi, ma mica lo riacchiappi. E parlo di treni recenti, che quelli passati davvero non me li ricordo più.
No, non è Alzheimer, ma solo lo specchio della grande confusione che ho dentro. Ma forse, per stare meglio, me ne dovrei  semplicemente dimenticare.

Dimenticare/Ricordare

E’ che sono un po’ troppo distratto nell’ultimo periodo. Una parte di me già lo sapeva bene, fin troppo bene, che a fare mille cose alla fine non se ne fa nessuna come si deve.
Ma poi te lo fanno anche notare, tu incassi il colpo facendo spallucce, ma dentro ti rode perché in fondo sai che è la verità.
C’è poi il fatto che non dormo. Ancora. E anche quello che mi dimentico le cose, che poi è connesso al fatto che non dormo e che sono troppo distratto (vedi sopra).
Il che non è sempre un male – in certi casi – ma quando ti dimentichi di essere andato a lavoro con l’auto e te ne torni con l’autobus (pure preso di corsa), in effetti, questo inizia a farti riflettere.
Ma poi ti dimentichi che ci stavi riflettendo sopra, quindi torna tutto come prima. Senza problemi ulteriori. O meglio, meglio non pensarci.
Ho dimenticato che prima mi dicevo più spesso che avrei smesso di fumare il giorno dopo. Ora non ci provo proprio più, che non è il caso e sono troppo grande per continuare a prendermi in giro così.
Ho dimenticato di avere una montagna di libri che prendono polvere lì sul comodino. E che ci vorrebbe un’altra vita solo per leggerli, un’altra ancora per metabolizzarli, e una terza per raggrupparli tutti insieme e creare una cosa che sia realmente personale. Unica. Mia.
Poi ho dimenticato come si fa a non aver paure della vita e delle proprie idee, ad affrontarla – la vita – e metterle in pratica – le idee – senza pensarci più di tanto – diretto, sì, perché non lo sei mai? – a lasciare che le cose non mi scivolino sempre addosso, che poi passano, si allontanano, le hai perse e non capisci nemmeno il perché.
Ho dimenticato come si fa a non dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato. E che se non si ha ben chiaro dentro la testolina cosa dire, meglio stare zitti per non combinare casini. Che poi in fondo sei un romantico, e ci stai un po’ male anche se non lo dai a vedere.
Ho dimenticato. Ho dimenticato che non è sempre bello ricordare.
Ma so anche che è da questi due verbi che parte tutto: dimenticare/ricordare. Inutile girarci intorno, inutile restare sveglio fino alle tre passate e fumare ancora davanti a questa tastiera del cazzo.
Dimenticare alcuni ricordi – li decido io, quali – ricordarne altri, quelli belli sul serio, che se scavo bene li trovo ancora. Si contano sulla punta delle dita, mi sfuggono e forse mi ingannano, ma se ci penso rido ancora di gusto. Grazie.
Ricordarmi di dimenticare presto, quando serve. E ricordare che quando il treno è passato e se n’è andato puoi correre quando vuoi, ma mica lo riacchiappi. E parlo di treni recenti, che quelli passati davvero non me li ricordo più.
No, non è Alzheimer, ma solo lo specchio della grande confusione che ho dentro. Ma forse, per stare meglio, me ne dovrei  semplicemente dimenticare.

martedì 5 settembre 2006

Un minuto e cinquantadue secondi

Sono alcune settimane che ascolto una canzone, almeno due tre volte al giorno.
E' "Please Please Please Let Me Get What I Want" dei The Smiths, forse meglio conosciuta come la canzone della pubblicità di una nota marca di birra (che qui non diciamo per non fare pubblicità, ma tanto l'avete capita tutti).
Allora dicevo, questa canzone. Non riesco più a farne a meno.
Della sua melodia, del suo testo, della voce di Morrissey.

E la cosa che mi fa più rabbia, alla fine, è che duri soltanto un minuto e cinquantadue secondi.
1 e 52.
All'inizio non riuscivo a crederci: pensavo di avere una versione tagliata, ridotta all'osso, qualcosa di simile.
Ma poi ho scoperto che tanto dura, quel piccolo capolavoro. E ci sono rimasto davvero male.

Non è possibile, mi sono detto: una melodia così bella che non arriva nemmeno a 120 secondi, è davvero uno spreco.
Poteva essere sfruttata di più, ci si poteva giocare col ritornello e con le note per almeno un altro paio di minuti, prolungando la pelle d'oca ed emozionando ancora un po'.

E invece nulla. Finale un po' melenso col mandolino e poi stop. Canzone finita.
Ti resta un po' l'amaro in bocca, alla fine. E la voglia di riascoltarla di nuovo.

sabato 1 aprile 2006

Per Tommy

Il mio sabato sera è stato orribile. Sono sceso, sono stato in compagnia di amici, mi sono fatto due risate davanti ad una pizza ed una birra, ma nulla è riuscito a distogliere i miei pensieri dalla tremenda notizia della morte di Tommaso. Un mese era tanto, lo so, me negli ultimi giorni anche io, scettico sin dall'inizio, iniziavo a sperare.
Invece è arrivata la tremenda verità. I mostri hanno confessato, il cadavere del piccolo è stato ritrovato.
Mi sento davvero uno schifo.
L'ultimo pensiero prima di addormentarmi, piccolo Tommaso, sarà per te. Ogni altra parola sarebbe, sinceramente, di troppo.

venerdì 30 dicembre 2005

Topi Caldi

Proprio ora sto ascoltando "Hot Rats", uno dei dischi di Frank Zappa che preferisco. E sto leggendo uno degli articoli più belli e interessanti che abbia mai letto sul suo conto.

(Amazon, Delrock)

mercoledì 28 dicembre 2005

"A history of violence", di David Cronenberg

Ieri pomeriggio ho visto un film originale e spiazzante: "A history of violence".
Attratto magneticamente in sala soprattutto dal bel cast di attori - Viggo Mortensen, Ed Harris eWilliam  Hurt - e dalla fiducia nel regista David Cronenberg, credo che questo sia stato il primo film, da quando ho la possibilità di navigare in rete, che vado a vedere senza aver mai letto prima la trama o qualche giudizio critico.
Totalmente all'oscuro di tutto, senza avere opinioni preconfezionate e facili pregiudizi sul film, ammetto di aver avuto un nuovo e inaspettato approccio con la pellicola. Pensavo di vedere un particolare thriller giudiziario, ed invece mi sono ritrovato davanti un film che mescola in modo perfetto mistero, azione, violenza e riflessione sociale, sicuramente particolare nel suo genere e, per molti versi, geniale.

È stato, sicuramente, un riscoprire la magia del concetto di film in se stesso, dello scoprire a poco alla volta gli eventi sullo schermo senza averne già un'idea o un'impressione dettata da qualcun altro. Ed è stato davvero una bella sensazione, che vorrò certamente ripetere in futuro.
A parte questo, credo che il merito di  tutto questo vada soprattutto all'ottima qualità della pellicola, all'eccellente regia di Cronenber che mette in scena un  racconto, serrato e avvincente, sull'ambiguità dell'animo umano, la violenza innata dell'uomo e l'agghiacciante tema del "doppio". Ottimi Mortensen e Harris, un po' stanco e appesantito Hurt, che pure fa la sua discreta figura. E, alla fine, il risultato è una pellicola che inchioda alla sedia e sorprende fino all'ultimo fotogramma.

sabato 10 settembre 2005

11/9/2001 - 11/9/2005

Oggi ricorre un terribile anniversario. Sono passati quattro anni dall'orribile attentato alle Twin Towers.
Tutti noi abbiamo ancora impresse nella mente  le immagini degli ultimi, agghiaccianti istanti di quella mattina del 2001, quando due aerei dirottati da terroristi islamici si schiantarono contro le Torri Gemelle della città di New York, colpendo il cuore dell'America ed uno dei simboli dell'Occidente, mettendo a nudo le falle della sicurezza interna americana e la crudeltà inconcepibile degli artefici di quel massacro.
Da quel giorno il mondo non sarebbe stato più lo stesso: i morti americani, nel corso degli anni, si sarebbero sommati alle migliaia di morti iracheni e americani durante la guerra in Iraq, alle centinaia di morti spagnoli dell'11/3/2004, a quelli della metropolitana londinese, ai turisti di Sharm el Sheik, e ancora in Kenia, Somalia, Libano, Indonesia, cumulando cadaveri su cadaveri, spargendo sangue, orrore e devastazione su ciò che ancora ci illudiamo sia una società civile, che continua a fare i conti con il Male inestirpabile presente nell'uomo, occidentale, orientale, cristiano, islamico, dermocratico o integralista che sia, che risponde a violenza con violenza, in una spirale di terrore dalla quale, purtroppo, sembra davvero impossibile tirarsi fuori.
Da quel momento è cambiato qualcosa nella nostra realtà, nel nostro modo di percepire il mondo e vivere la nostra quotidianità. Si è parlato di "scontro di civiltà", di "esportazione di democrazia", di lotta al Male con il Bene, di pace attraverso la guerra, ma anche se alla fine poco - forse nulla - è realmente cambiato a livello globale, se gli eventi successivi hanno reso più difficile la reale distinzione tra buoni e cattivi, è impossibile non accorgersi di come quell'attentato abbia modificato radicalmente le nostre vite, ci abbia posto davanti, in tutto e per tutto, il nuovo fenomeno del terrorismo globale e globalizzato. Un terrorismo che rifiuta l'occidente, si pone come acerrimo nemico della modernità e soprattutto come crudele distruttore di vite. Colpendo il simbolo dell'America e il centro nevralgico di New York, i terroristi di Al Qaeda hanno ferocemente messo in atto la loro strategia del terrore, manifestando il totale rifiuto dell'uomo occidentale attraverso ogni mezzo, anche l'annientamento di se stessi.
Ricordiamo i poveri innocenti che hanno perso la vita l'11 settembre, i pendolari madrileni, i londinesi, tutti i morti passati e presenti, i cadaveri senza colpe di un'infinita guerra globale, continuando ad interrogarci sul perchè di tutto questo, senza trovare alcuna risposta.


(Washington Post)

venerdì 2 settembre 2005

Alfio Antico a Palermo

E pensare che mi spacciavo per un esperto di musica.
A Palermo mi portano al concerto gratuito di
Alfio Antico, in Piazza Kalsa, ed io non l'avevo mai nemmeno sentito nominare. Aveva portato con sè solo una parte dei suoi settanta tamburi e quando è salito sul palco, vestito di bianco e accompagnato soltanto da Amedeo Ronga al contrabasso e Alessandro Moretti alla fisarmonica, ho addirittura pensato che mi sarei annoiato da morire. Ma poi Alfio ha iniziato a suonare uno dei suoi tamburi. Ha parlato della sua terra - la Sicilia - e del suo popolo, incantando la platea con le sue storie e, soprattutto, con la sua incredibile abilità nel maneggiare tammorre, tamburi e tamburelli, riuscendo a ricreare suoni e tonalità magiche ad una velocità impressionante.
Suoni, parole, sensazioni ed emozioni. Pathos e memoria. Passione e tradizione. E' stato un concerto indimenticabile.


"Nelle sue mani, il tamburo esprime sonorità impensabili, che ci fanno comprendere le risorse estreme di questo pur semplice strumento. Alfio vi aggiunge la sua vena poetica, espressa nella lingua che meglio conosce, il siciliano; la sua teatralità naturale e dirompente. Ma c'è anche un messaggio forte verso il recupero di una tradizione piena, fatta non solo di musica, ma di contatto di terra". 
(Dalla biografia dell'artista, all'interno del sito ufficiale)

venerdì 29 luglio 2005

C.S.I. e Tarantino: il giorno dopo

Ieri, su Fox life, è stato trasmesso l'ultimo, attesissimo episodio di C.S.I., diretto da Quentin Tarantino.
La voglia di vederlo era tanta, ma le attese non sono state del tutto ripagate. Certo, si è trattato di un bell'episodio, ben girato, con alcuni dialoghi surreali e divertenti inseriti in una storia intrigante, in puro stile tarantiniano. Ma, a voler essere sinceri, non soffermandosi soltanto sulla bella confezione creata dal famoso regista, quest'ultimo episodio di C.S.I. non ci ha entusiasmato più di tanto.
La prima parte è stata incredibilmente lenta e macchinosa, con alcuni personaggi quasi fuori parte e la vicenda che vede Nick sepolto vivo già vista in "Kill Bill". Non abbiamo apprezzato più di tanto, infine, i cinque minuti di delirio splatter - onirico di Nick, nella seconda parte, ed il modo casuale ed esplosivo con cui il gruppo della scientifica riesce a ritrovare l'amico sepolto vivo.
Insomma, Tarantino ha totalemente deluso? Non proprio. Tutto sommato è stato piacevole da vedere - i personaggi e le storie di Grissom e compagni ci entusiamano sempre -, un modo simpatico e divertente di osservare uno dei più famosi registi cinematografici degli ultimi anni alle prese con il miglior telefilm americano dai tempi di "X Files" e "NYPD". E, dati anche gli ascolti negli USA (si parla di 30 milioni di spettatori), non si può dire che la scelta di chiudere in questo modo la quinta stagione non sia stata azzeccata.
Ma si è trattato di un episodio nella media o, addirittura, al di sotto della media generale del telefilm, che durante le numerose puntate  ha spesso regalato momenti a dir poco coinvolgenti. O, se non vogliamo essere troppo cattivi, è stato un episodio "normale", mentre da Tarantino ci aspettiamo sempre che tiri fuori dal cilindro qualcosa di spettacolare.


(Adnkronos, GQ)

lunedì 25 luglio 2005

La giungla di Napoli

Oggi leggo sull'edizione regionale de "la Repubblica" dell'ennesimo caso di assalto al pullmann da parte di una baby gang di minori. Anzi, di ragazzini di 13-14 anni, stavolta capaci di creare il panico sulla linea C 31 diretta dal Vomero a Posillipo. Hanno urlato, disturbato, preso a schiaffi i passeggeri, ridicolizzato anziani e ignorato i tentativi del conducente di farli scendere, fin quando i poliziotti di un posto di blocco non c'hanno pensato loro, a farli scendere e lasciarli andare perché non perseguibili in alcun modo - dico io: ma portarli in questura, chiamare le famiglie? No, per carità.
Uno schifo, l'ennesimo, che si somma ad altre centinaia di cose che mi fanno inorridire, vergognare di essere napoletano. E non ho più voglia di perdonare, comprendere la rabbia di questi ragazzi emarginati e ghettizzati, non ce la faccio più a sentire di simili soprusi, non voglio prendere un pullmann e dover temere per la mia incolumità fisica, a causa di un gruppo di ragazzini incivili e selvaggi, bestie - no, forse peggio: almeno le bestie alle volte riesci ad addomesticarle - che ignorano totalmente le basi elementari del vivere civile, così come probabilmente le loro famiglie.
Non ho voglia, non voglio che la prossima volta capiti a me. Sono stanco di combattere, ormai stanco della mia (bella?) Napoli.

giovedì 26 maggio 2005

Qualcosa di importante


Il 24 maggio è accaduto qualcosa di speciale. Qualcosa che resterà, per parecchio tempo, nel cuore e negli animi di coloro che hanno avuto l'onore di parteciparvi. E' stata posta la prima pietra per una costruzione che, speriamo, sarà solida e duratura, salda nelle fondamenta, originale nella struttura, in grado di stupire tutti o, quantomeno, di ritagliarsi un proprio spazio all'interno del selvaggio e barbaro mercato editoriale italiano.
Allo "Straripa Club", a Trastevere,  il poeta mitteleuropeo Patrick Karlsen, classe 1978, erede della grande tradizione letteraria triestina  ha presentato il proprio libro, "Postnovecento". Il primo libro di poesie per Patrick, il primo della casa editirice "Edizioni del Catalogo"
, di Gianfranco Franchi & C.
In una splendida atmosfera, data l'accoglienza e la bellezza particolare del locale, Patrick ha letto cinque poesie - tra cui questa -, dopo Franco Alvisi e prima di Lidia Riviello, regalando a tutti attimi di altissimo lirismo. E' stata una serata magnifica, sotto tutti i punti di vista. Osservare la tensione negli occhi dell'editore e dell'autore, ad inizio serata, trasformarsi in gioia e consapevolezza di aver fatto qualcosa di realmente importante è stato uno dei momenti più intensi ed emozionanti, almeno per me.


Forse è l'inizio di un tempo nuovo. Forse possiamo fare ancora qualcosa per salvare la letteratura italiana dal "banditismo tipografico" (come sottolineava Franchi introducendo gli autori). Forse ci possiamo davvero riuscire. Io sono ottimista.


(Lankelot, Edizioni del Catalogo)

sabato 21 maggio 2005

A breve in hit parade

Sapremo mai l'identità di "Piano Man"? Tra chi sceglie la pista astrologico-fantascientifica, chi ricorda benissimo di averlo incontrato, Hollywood che ci vuole fare un film e chi pensa alla beffa mediatica, sono sempre più convinto che si tratti di un'abile operazione di marketing.
A breve, infatti, non mi stupirei di trovare, sugli scaffali dei migliori negozi di musica, il primo disco di questo sempre più illustre sconosciuto, al prezzo speciale di 20-25 euro - con il prezzo speciale: 10 euro, per smemorati e vittime di naufragi.


(La Nazione, Il Giorno, Guardian, La Padania)

venerdì 20 maggio 2005

Mai più

E' morto Henry Corden, la storica voce di Fred Flinstones, protagonista del famosissimo cartone animato di "Hanna & Barbera". Aveva 85 anni. Un pezzo di storia della televisione se ne va via con lui
Tutti quanti, almeno una volta nella vita,  abbiamo sorriso nell'ascoltarlo, o l'abbiamo gridato per darci la carica, il suo inconfondibile grido di battaglia: "Yabba-Dabba-Doo".

(Yahoo News)

domenica 15 maggio 2005

Edizioni

"La redazione del Catalogo è composta di giovani letterati, per formazione e vocazione: cementata da quasi un decennio d’esperienza tra riviste letterarie indipendenti, a stampa e in rete, tra radio e case editrici diverse. 

In questa loro primavera, le Edizioni del Catalogo si rivolgono soprattutto alla produzione letteraria, in poesia e prosa, dando spazio non solo ad emergenti in entrambi i campi, ma anche ad autori già consacrati: nell’ambizione e nella speranza di restituire quel dinamismo e quell’incandescenza che sono propri della letteratura come sistema vivo". 

A poche settimane di distanza dall'uscita del primo libro della casa editrice, "Postnovento" di Patrick Karlsen, faccio a Gianfranco, Simone e a tutti gli altri ragazzi che hanno intrapreso questa affascinante e difficile avventura, un grosso , grossissimo in bocca al lupo.

(Edizioni Del Catalogo, Cut up)

venerdì 15 aprile 2005

Non mi riconosco più

Proprio io, che a chi mi chiedeva: "Che musica ascolti?", rispondevo visibilmente annoiato: "Solo Afterhours, Marlene e Verdena, o qualunque cosa sia rock duro e viscerale. Yeah", mi ritrovo, affascinato e coinvolto, ad ascoltare la splendida voce di Alicia Keys, che viaggia e si arrampica su tonalità irraggiungibili, nello splendido disco d'esordio, "SONG IN A MINOR" (2001).
Ed è un'emozione nuova ad ogni ascolto.


Devo iniziare a preoccuparmi, o devo semplicemente considerarlo un effetto collaterale dell'allargarsi dei miei gusti musicali?
A parte gli scherzi, una splendida voce, al servizio di melodie orecchiabili e accattivanti.


Complimenti.



(Alicia Keys, Amazon)

giovedì 14 aprile 2005

Riflessioni di un pendolare

Il bello dell'essere un pendolare è anche questo: vedere all'alba gli occhi assonnati della gente, sulle scale che portano verso i binari, o su quelle panchine ancore umide dal gelo della notte appena trascorsa, mentre aspettano impazienti un treno che sembra perennemente in ritardo.
Chiacchierare con un parente che, da ormai quattro anni, fa questa vita massacrante, e sembra sempre pieno di forze alle 6 e 42, per poi addormentarsi poco dopo aver preso posto in carrozza.
Osservare i sorrisi tra colleghi di lavoro, ascoltare le barzellette dette pochi minuti prima di prendere sonno, su una delle poltrone numerate di quell'Eurostar che accoglie, ogni mattina, quasi mille persone dirette a Roma per lavoro, studio, motivi seri o banali, per andare a trovare parenti o amici di vecchia data.
Cerchi il tuo posto sulla carrozza, saluti con un leggero sorriso od un'occhiata furtiva il tuo compagno di posto, sperando di essere ricambiato. Di solito è così, e questo ti rinucora e ti permette di iniziare con il piede giusto la giornata. Se ti capita di osservare due colleghi di lavoro che montano sul piccolo tavolino che separa due posti il panno verde da gioco, per improvvisare accanite partite a carte, ti rendi conto di aver visto proprio tutto, nella vita.
E allora capisci che è tempo di lasciarti cullare dalle curve delle rotaie, dopo aver fatto finta per qualche minuto di leggere il giornale. Il sonno ti avvolge, ti assale, e ti rendi conto che è meglio chiudere gli occhi e recuperare le forze: una lunga giornata ti aspetta, nel caos della Capitale.

lunedì 4 aprile 2005

Ritorno dal seggio.

Sono tornato dalla mia (dis)avventura come presidente di seggio, ma non sono più un uomo.
Ho visto cose che voi umani...mi fermo qui, sono troppo stanco ora.
Il resto lo racconterò domani (verso le 16, non conto di svegliarmi prima...)


Addio.

giovedì 24 marzo 2005

Post sulle Poste

Ricordate la mia odissea postale per attivare un conto BancoPosta? Tra personale incompetente, sportellisti arroganti, sedicenti direttori di filiali che non volevano aprirmi il conto, pensavo davvero di aver sopportato di tutto.


Ma poi, dopo mille peripezie, il tanto agognato conto ero riuscito ad aprirlo, dopo un'ultima, infinita fila all'ufficio postale di via Epomeo.


Almeno così credevo, fino a ieri. Volevo prelevare dei soldi, e controllare, per la prima volta il mio saldo del conto. Volevo, appunto, ma non ho potuto: la mia carta non era stata ancora attivata.


Torna all'ufficio postale di via Epomeo, fatti un'altra fila - questa volta breve - per attivare - questa volta sul serio - il conto.


Credo che la mia pazienza, giorno dopo giorno, stia per raggiungere il limite. Tra un poco esploderò, state attenti.