martedì 27 gennaio 2009

Il Giorno della Memoria

Una riflessione molto interessante sul Giorno della Memoria l'ho letta su Lankelot, oggi, a firma di Daniele Ascarelli. Mi limito a copiarla, mi sembra si evidenzino molti spunti utili per riflettere sulla questione



Quando Primo Levi scrisse la poesia che costituisce il prologo a “Se questo è un uomo” scelse di intelaiarla secondo lo schema dello Shemà: la preghiera fondamentale nella liturgia ebraica che costituisce la affermazione della fede nel Dio unico. 

“Meditate che questo è stato
Vi comando queste parole
Scolpitele nel vostro cuore”.


Versi nati dalla disperata necessità di trasmettere il ricordo della Shoah, dal bisogno di raccontare agli altri ciò che è stato, dalla paura e dall’urgenza di essere creduti. Urgenza tanto forte da sovrapporsi alla fede.

Tuttavia sembra che più un fatto sia impresso a fuoco nella memoria del singolo, tanto più difficile sia trasmetterlo agli altri. Più grande sia il dolore provato, tanto più faticoso sia suscitare partecipazione. Come se esistesse uno iato profondo fra la memoria individuale e quella collettiva che l’atrocità degli accadimenti finisce poi per accrescere a dismisura.

È lo stesso Primo Levi a parlarne: “Il bisogno di fare gli altri partecipi aveva assunto in noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari”.

Forse prima di pronunciare qualsiasi dichiarazione nel Giorno della Memoria andrebbe letto “Se questo è un uomo” o andrebbe ascoltato un testimone diretto. Si ha la coscienza che a volte sarebbe meglio tacere e lasciar parlare i sopravvissuti. Avere pudore nel parlare di ciò che non si conosce. Chiedersi onestamente: cosa posso dire? Perché la ripetizione delle parole non aggiunge nuovi significati e rischia di sminuire il senso degli avvenimenti, cosa che accade sempre più spesso di fronte alla retorica della politica e alle frasi di comodo. Perché ricordare non è semplicemente fare emergere dal passato un evento ma attribuirgli un senso, personale e universale. Ricordare quindi deve avere uno scopo. Dovremmo chiederci semplicemente quale sia il ruolo di un testimone di secondo grado, quali le sue responsabilità.

Anche solo chi ha ascoltato i testimoni e si è soffermato sulle immagini dei cadaveri accatastati nelle fosse comuni. Anche solo chi dei forni crematori ha visto unicamente le rovine o poco più, ha radicata dentro di sé la coscienza che quella tragedia sia incancellabile, avvertendo il peso della propria mancanza di conoscenza, del proprio non sapere.

Il problema è questo: nella tradizione ebraica la memoria è incentrata sul rito.

Il ruolo svolto dal rito è veramente nodale perchè permette di superare la conoscenza astratta degli avvenimenti avvicinandoli alla percezione sensibile.

Il rito costituisce il medium che permette di scardinare il continuum storico saldando il passato con il presente, introiettandolo non in modo generico nei pensieri ma incastonandolo nella vita stessa attraverso le azioni. Attraverso il suo compimento si partecipa al passato, attualizzando. Il passato non può aver valore se non significa per il presente e per ogni singola persona. Abbiamo, quindi, un movimento che procede attraverso una azione e che arriva alla coscienza individuale. È sufficiente riflettere su come venga celebrato in Israele Yom-HaShoah  per verificare il meccanismo: suona una sirena; per due lunghissimi minuti il paese si ferma ed ognuno partecipa semplicemente stando in piedi, nel più assoluto silenzio. Sul silenzio si innesta il ricordo e si condivide.

Ora, con l’istituzione del Giorno della Memoria, l’ebraismo per la prima volta fa i conti con una memoria non ritualizzata ma istituzionalizzata. Costituita secondo forme che non gli appartengono.

Se questo garantisce che il passato non venga dimenticato, tuttavia pone per lo stesso mondo ebraico nuove problematiche. Abbiamo la responsabilità di selezionare i meccanismi di trasmissione della memoria. Far capire, ad esempio, che gli slogan vuoti di chi si affanna a condannare l’atrocità della Shoah soltanto nel Giorno della Memoria, senza tentare di comprendere cosa accadde e come tutto ciò fu reso possibile, non soltanto siano inutili ma anche dannosi. Siamo stanchi di sentire pronunciare frasi come “Ricordiamo affinché il passato non si ripeta” oppure “Se ricordiamo non saranno morti invano”: il passato non si ripete ed ogni morte è vana, semplicemente perché non ha scopo.

Paradossalmente nel Giorno della Memoria tutti hanno diritto di parola e pochi ne avvertono il peso. Quello stesso peso che sentiva Primo Levi.

Cosa posso dire di sensato sullo sterminio? Forse qualcosa di più profondo di Primo Levi, di Wiesel, di ogni testimone? Credo che ognuno dovrebbe porsi queste domande prima di prendere parola. Affinché la memoria abbia un senso.

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