martedì 18 novembre 2014
Quanto ci distraggono i social network?
Per scrivere questo post mi sono imposto di metterci mezz'ora, non di più. Già so che ce ne metterò almeno il doppio, perché:
- mi arriveranno alcune notifiche su facebook
- riceverò una mail di lavoro
- forse un messaggio su whatsapp
- improvvisamente mi verrà voglia di ascoltare una canzone su spotify
- poi leggerò un paio di pagine sul kindle
- e infine tornerò a scrivere questo post
Che i social network e molta della tecnologia che usiamo abbiano completamente cambiato la nostra vita e il nostro modo di interfacciarsi con gli altri è ormai fuori da ogni dubbio: sono stati scritti decine di testi sull'argomento, alcuni più apocalittici, altri maggiormente integrati. Se alcune ricerche ci dicono che i social network distraggono i giovani da altri vizi, altri ci confermano la loro pericolosità in termini di distrazione, per i giovani e per i meno giovani.
Da quando esistono i social network leggo meno libri, più articoli online, più estratti, più pdf, ma molti meno libri. Da quando esistono facebook e twitter e soprattutto da quando ho le applicazioni sullo smartphone, quindi più o meno da 3 anni, non c'è stato un giorno in cui io non abbia consultato i social network. La mia presenza sui social network, volendo quantificarla, varia da un'ora alle tre ore al giorno – io con i social ci lavoro, sia chiaro – ma in queste ore molto spesso sono indubbiamente distratto: dai post scemi del mio amico scemo, da un link acchiappaclick messo da una pagina fb che non ricordavo di seguire, da quella foto di quel vecchio amico che non ricordavo si fosse trasferito in Galles.
Tutto tempo sprecato? Difficile da dirsi, ma il più delle volte è sì, tempo sprecato. Ma per quante volte mi trattenga dal cliccare sul sederone di Kim Kardashian, per quanto provi a non farmi incuriosire da quel video in cui il cane mangia tutti i wurstel degli altri cani più grandi di lui, alla decima comparsa sulla mia timeline cadrò in tentazione e ci cliccherò. Mi capita sempre più spesso, e credo capiti a molte altre persone come me, che hanno cambiato la propria dieta mediatica senza volerlo, e le 12, 14 ore produttive durante la giornata sono costantemente intaccate da questi "detriti del web" che si accumulano in tutti gli account social. Evitare di sporcarsi è sempre più difficile, e distrarsi sempre più semplice. Alcuni usano applicazioni e tool per essere più produttivi, io non l'ho ancora fatto, ma non lo escludo.
L'approfondimento e la cura sembrano – mi si perdoni il taglio apocalittico – costantemente in pericolo, in vari campi, e tutto questo si ripercuote sulla nostra vita quotidiana. Siamo troppo distratti da troppe cose su troppi social network, alla ricerca perenne del click e della gratifica della condivisione apprezzata. Quella che sentiamo sulle spalle, nel collo e nella testa è una sorta di sbronza di contenuti, un overload di informazioni non filtrate che nulla aggiungono e nulla tolgono alla nostra formazione e non offrono approfondimenti di qualità. Alle volte, quando finisce la giornata, sento il peso di tutta la deriva multitasking che ha preso la nostra vita, e mi sembra di non reggerla più.
Ma è solo un momento, ormai ci sono, ci siamo dentro ed è difficile uscirne fuori, a meno di non "suicidarsi dai social", cosa che sempre più persone fanno, per disintossicarsi e tornare ad essere liberi dai click e dagli share.
mercoledì 27 agosto 2014
Esagerazioni a parte, credo si sia trattato di un successo sotto molteplici punti di vista: una campagna che ha unito una componente ludica, una componente emozionale e una di grande utilità sociale, e lo ha fatto con un gioco semplice, che fa ridere ed è tremendamente virale.
Ogni volta che si parla di #IceBucketChallenge, sia per criticare che per elogiare l'iniziativa, ed è questo a mio avviso uno dei punti maggiormente di forza del gioco, si aumenta la portata del messaggio e di conseguenza le donazioni.
Le chiacchiere sulla Littizzetto che ha donato poco, sulla ministra che non ha capito bene cosa fare, su Kledi polemico e gli #IceBucketChallenge Fail, Pinuccio che li prende in giro e invita a non sprecare acqua e a donare, fanno tutti parte di un meccanismo che non fa altro che alimentare la portata virale del messaggio. Non importa che se ne parli bene o male, l'importante è che se ne parli, insomma. Non importa se doni o meno, puoi anche fare solo la secchiate d'acqua gelida con ghiaccio, sarà in ogni caso servito a qualcosa.
E quel qualcosa è davvero tanto: i numeri sono enormi, sia quelli dei video che delle donazioni. Non scherziamo. Che ci siano vip e meno vip che vogliano trarne vantaggio e visibilità, credo sia normale, accettabile, criticabile, ma sostanzialmente poco interessante. Che ci sia una parte, piccola media o grande, che non abbia capito a cosa serve l'#IceBucketChallenge, non importa, perché tra i contatti sui social network di queste persone ce ne saranno altre che, dopo aver visto il video e averci ragionato su, ne usciranno più consapevoli. Sapranno una cosa che prima non sapevano e su cui non avevano ragionato, e magari un giorno faranno anche una donazione.
Le uniche cose che considero negative, ma che non spostano di una virgola la mia riflessione sul'#IceBucketChallenge, sono: l'enorme spreco di acqua e ghiaccio di queste ultime settimane, mentre c'è gente che ogni giorno perde la vita perché di acqua non ne ha; il fatto che, probabilmente, dopo questo botto estivo di popolarità si tornerà a parlare e riflettere sulla SLA soltanto quando ci saranno di nuovo persone famose – un Borgonovo, ad esempio – colpite dalla malattia; e l'invasione senza freni di video di secchiate sulle nostre bacheche che, sinceramente, dopo un po' finiscono per diventare ripetitivi e annoiare.
domenica 17 agosto 2014
E quindi - ritornando a casa
I primi giorni dormi un po' di più, una sorta di jet lag ritardato. Due mesi in giro per il mondo iniziano a pesare solo quando ti prendi una pausa e tiri i remi in barca. E inizi a pensare a quello che hai fatto.
Che hai fatto il giro del mondo e sei tornato. Hai conosciuto persone, parlato nuove lingue, mangiato cose nuove e diverse. Sei tornato più ricco. E ora riparti.
La sensazione è strana, bella e misteriosa allo stesso tempo. Un po' leggero e un po' apatico, fuori giri ma con i ricordi che iniziano a incasellarsi al posto giusto.
Tornare a casa dopo un viaggio simile è forse più difficile del viaggio stesso.
Tutto è uguale a prima, ma tu sei molto diverso.
venerdì 18 ottobre 2013
Anzi, non è neanche stata invitata a giocare.
giovedì 26 settembre 2013
The Social Media Generation di Marc Maron
(e anche il fatto che io la stia mettendo qui sul blog;
e anche il fatto che la metro di Milano la mattina sembra proprio quella della vignetta;
e anche il fatto che alle volte, sempre più spesso, sono tra quelli con la faccia nello schermo.)
Via ZenPencils.
martedì 1 gennaio 2013
La tecnologia ci rende meno social?
Oggi riflettevo su quanto la tecnologia ci avvicini e ci semplifichi le cose, ma su quanto allo stesso tempo riesca ad allontanarci gli uni dagli altri, e alle volte a complicarci la vita.
Durante queste feste grazie alle meraviglie offerte dalla tecnologia sono riuscito a:
-Trovare rapidamente la strada più veloce per raggiungere alcune mete, grazie al servizio di mappe sul mio cellulare;
-Leggere due libri comodamente su Kindle, scaricarne un altro gratuito in un paio di click, evitando di appesantirmi inutilmente la valigia;
-Festeggiato il capodanno collegato via Skype con mia sorella, a più di 2000 km di distanza;
-Fatto foto al panorama di Napoli, uploadandole immediatamente sui più noti social network;
-Augurato buone feste ad amici vicini e lontani, usando i più svariati social network e applicazioni; Nell'ordine: WhatsApp, Facebook, Twitter e poi forse un paio di messaggini, devo ammetterlo sempre e solo come risposta ad auguri precedentemente ricevuti.
-Non perdemi nulla, via twitter, degli avvenimenti politici e culturali più importanti delle ultime settimane.
Allo stesso tempo, pero, durante queste feste sono riuscito a:
-Perdermi più volte perché il mio cellulare non riusciva a geolocalizzarsi bene;
-Rendermi conto che la mia lettura si è fatta più frammentata e meno approfondita rispetto al passato, e soprattutto troppo distratta da stimoli indesiderati (un tweet arrivato sullo smartphone, l'icona della posta sul mac mi segnalava due nuovi messaggi e il timer del televisore mi ricordava che tra 10 minuti iniziava Masterchef);
-Non godermi poi tanto il panorama fotografato perché subito dopo doveva essere uploadato sui social network;
-Ricevere decine di auguri di buone feste, su tutti i social network a disposizione, quasi tutti indirizzati a decine di contatti alla rinfusa, taggati all'inverosimile, alla fine quasi anonimi e spersonalizzati;
-Perdere più tempo su twitter che a fare una bella chiacchierata approfondita con amici e parenti.
E poi mi sono accadute tre cose che mi hanno davvero fatto riflettere sui nostri tempi:
1) Ero in autobus, per un breve tragitto, a Napoli: solitamente Napoli è sinonimo di chiasso, di casino, di gente che parla a voce alta, e che si sbraccia. Quando son salito sul mezzo c'era un silenzio irreale: c'erano soprattutto ragazzi tra i 18 e i 30 anni, e anziani: i primi erano tutti con il naso nei loro smartphone, tutti a fare chissà che cosa, nessuno parlava, neanche con il loro amico o compagno di corsa.
2) Ero al concerto di Pino Daniele, al Teatro Palapartenope: Per goderci meglio lo show siamo andati quasi sotto al palco, in piedi, in posizione defilata sulla destra. Mi sono ritrovato ad avere una vista d'insieme su tutta la platea, quasi 5000 persone credo: e quello che ho visto sono state centinaia e centinaia di schermi luminosi puntati sul concerto, una scena quasi irreale in cui la metà delle persone presenti sembravano maggiormente interessate a filmare, fotografare o registrare il concerto, che godersi il momento.
3) Stasera, dopocena, ero in salotto con mia madre a guardare la tv: Un film. A metà ci siamo annoiati entrambi, e senza volerlo, quasi nello stesso istante, abbiamo acceso il portatile e abbiamo iniziato a navigare, controllare la posta, perdere tempo online. E' passata mezz'ora prima che uno dei due rivolgesse la parola all'altro. Eravamo nella stessa stanza, ma distratti dal piccolo schermo che avevamo a disposizione abbiamo ritenuto più interessante fare un giro sul web che scambiare due chiacchiere. E vorrei che non capitasse mai più.
lunedì 28 marzo 2011
Forum: non c'è limite al peggio
E così non solo non dovremmo indignarci nel sapere della finta ricostruzione della città raccontata dalla finta aquilana a Forum, organizzata dalla redazione del programma, ma dovremmo anche evitare "attacchi strumentali" e "spargere veleni su una conduttrice e un programma che ogni giorno, in diretta, danno spazio alle ragioni, alle amarezze e alle speranze della gente comune."
Aspettarci le scuse della conduttrice, della redazione della trasmissione e della rete no invece, eh?
martedì 14 dicembre 2010
Chi l'avrebbe mai detto
Piano piano mi appassiono ai social network, mi interesso alle loro logiche, ne comprendo bene l'utilità. E Social Media Marketing mi dà una mano enorme nel capire meglio un bel po' di cose. Ottima lettura.
martedì 26 ottobre 2010
Discriminazione religiosa
Vabbè, a parte l'evidente tentativo di farsi un po' di pubblicità montando un caso, questo scrittore jesino mica c'ha tutti i torti.
giovedì 14 ottobre 2010
Sui minatori cileni
Siamo tutti felici, entusiasti, estremamente colpiti per il lieto fine della storia dei minatori cileni intrappolati in miniera. Ma, in tutto questo emozionarsi e gridare al miracolo, credo che la lettura di questo interessante articolo di Gennaro Carotenuto inquadri da una nuova e necessaria prospettiva la situazione.
(Gennaro Carotenuto)
domenica 7 giugno 2009
Volare, oh oh...
(La Repubblica)
martedì 24 marzo 2009
Trovare una camera a Milano
Trovare una camera a Milano non è una delle cose più semplici del mondo.
Soprattutto se non si ha molta esperienza nel settore e si arriva per la prima volta a Milano tipo scena di Totò e Peppino (maglione a collo alto, convinto di trovare la nebbia, etc etc...).
Secondamano non è che serva poi tanto, e se ti sei appuntato 40 numeri di telefono sulla moleskine una ventina di giorni fa dopo aver scavato bene su bakeca e kijiji, beh quasi tutti non ti serviranno più. Già trovato, buona ricerca... Mi spiace ma cerco inquilino per tutto l'anno... in realtà non ho più quella stanza lì, ma una vicino Monza, ma ben collegata!
In realtà il tempo medio di assegnazione di un inquilino ad una camera, a Milano, è di 30 minuti / 3 ore. Alle volte ho creduto che gli annunci fossero finti, dato che manco mezz'ora dopo aver letto l'annuncio sul web, la camera era già bella che andata.
E poi mi fanno tenerezza ora - con il senno di poi - quelli che sui siti di ricerca scrivono "cerco casa max 350 euro vicino metro": impossibile, sul serio. A quel prezzo non ti danno neanche una branda sul naviglio pavese.
Per il resto, c'è sempre qualcuno che fa il furbo (è vicino alla metro, in realtà devi farti altri 2 km a piedi) e chi promette affitti bassissimi, ma con le spese vicino raddoppia almeno il prezzo. O ancora chi è così criptico, ma così criptico nella descrizione della sua stanza, che capisci lontano un miglio che si tratta di un pacco.
Meno male che i mezzi pubblici aiutano parecchio, e in poco più di un'ora sei da un capo all'altro della città: basta mezza giornata e ti sposti come se abitassi a Milano da un paio d'anni, con sicurezza ti muovi intersecando metro rossa, gialla e verde, prendi un tram al volo, ti fai un giro sulla 90 e poi sulla 91, e dopo il terzo giorno inizi a dispensare suggerimenti anche al cingalese spaesato più di te, che non sa a che fermata scendere per andare a Corso Buenos Aires.
3-4 contatti li abbiamo presi però e intanto che si aspetta la risposta un bell'account su Easystanza forse potrà tornare utile (intanto è arrivata una nuova notifica sull'account, incrociamo le dita).
Certo che per le donne è tutta un'altra storia, sempre più fortunate: a parte l'infinità di offerte in più, hanno anche delle evidenti agevolazioni. Come l'annuncio letto l'altro ieri: camera gratis in appartamento per ragazze, basta che mi facciano la spesa e mi puliscano casa. Un mito.
martedì 27 gennaio 2009
Il Giorno della Memoria
“Meditate che questo è stato
Vi comando queste parole
Scolpitele nel vostro cuore”.
Versi nati dalla disperata necessità di trasmettere il ricordo della Shoah, dal bisogno di raccontare agli altri ciò che è stato, dalla paura e dall’urgenza di essere creduti. Urgenza tanto forte da sovrapporsi alla fede.
Tuttavia sembra che più un fatto sia impresso a fuoco nella memoria del singolo, tanto più difficile sia trasmetterlo agli altri. Più grande sia il dolore provato, tanto più faticoso sia suscitare partecipazione. Come se esistesse uno iato profondo fra la memoria individuale e quella collettiva che l’atrocità degli accadimenti finisce poi per accrescere a dismisura.
È lo stesso Primo Levi a parlarne: “Il bisogno di fare gli altri partecipi aveva assunto in noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari”.
Forse prima di pronunciare qualsiasi dichiarazione nel Giorno della Memoria andrebbe letto “Se questo è un uomo” o andrebbe ascoltato un testimone diretto. Si ha la coscienza che a volte sarebbe meglio tacere e lasciar parlare i sopravvissuti. Avere pudore nel parlare di ciò che non si conosce. Chiedersi onestamente: cosa posso dire? Perché la ripetizione delle parole non aggiunge nuovi significati e rischia di sminuire il senso degli avvenimenti, cosa che accade sempre più spesso di fronte alla retorica della politica e alle frasi di comodo. Perché ricordare non è semplicemente fare emergere dal passato un evento ma attribuirgli un senso, personale e universale. Ricordare quindi deve avere uno scopo. Dovremmo chiederci semplicemente quale sia il ruolo di un testimone di secondo grado, quali le sue responsabilità.
Anche solo chi ha ascoltato i testimoni e si è soffermato sulle immagini dei cadaveri accatastati nelle fosse comuni. Anche solo chi dei forni crematori ha visto unicamente le rovine o poco più, ha radicata dentro di sé la coscienza che quella tragedia sia incancellabile, avvertendo il peso della propria mancanza di conoscenza, del proprio non sapere.
Il problema è questo: nella tradizione ebraica la memoria è incentrata sul rito.
Il ruolo svolto dal rito è veramente nodale perchè permette di superare la conoscenza astratta degli avvenimenti avvicinandoli alla percezione sensibile.
Il rito costituisce il medium che permette di scardinare il continuum storico saldando il passato con il presente, introiettandolo non in modo generico nei pensieri ma incastonandolo nella vita stessa attraverso le azioni. Attraverso il suo compimento si partecipa al passato, attualizzando. Il passato non può aver valore se non significa per il presente e per ogni singola persona. Abbiamo, quindi, un movimento che procede attraverso una azione e che arriva alla coscienza individuale. È sufficiente riflettere su come venga celebrato in Israele Yom-HaShoah per verificare il meccanismo: suona una sirena; per due lunghissimi minuti il paese si ferma ed ognuno partecipa semplicemente stando in piedi, nel più assoluto silenzio. Sul silenzio si innesta il ricordo e si condivide.
Ora, con l’istituzione del Giorno della Memoria, l’ebraismo per la prima volta fa i conti con una memoria non ritualizzata ma istituzionalizzata. Costituita secondo forme che non gli appartengono.
Se questo garantisce che il passato non venga dimenticato, tuttavia pone per lo stesso mondo ebraico nuove problematiche. Abbiamo la responsabilità di selezionare i meccanismi di trasmissione della memoria. Far capire, ad esempio, che gli slogan vuoti di chi si affanna a condannare l’atrocità della Shoah soltanto nel Giorno della Memoria, senza tentare di comprendere cosa accadde e come tutto ciò fu reso possibile, non soltanto siano inutili ma anche dannosi. Siamo stanchi di sentire pronunciare frasi come “Ricordiamo affinché il passato non si ripeta” oppure “Se ricordiamo non saranno morti invano”: il passato non si ripete ed ogni morte è vana, semplicemente perché non ha scopo.
Paradossalmente nel Giorno della Memoria tutti hanno diritto di parola e pochi ne avvertono il peso. Quello stesso peso che sentiva Primo Levi.
Cosa posso dire di sensato sullo sterminio? Forse qualcosa di più profondo di Primo Levi, di Wiesel, di ogni testimone? Credo che ognuno dovrebbe porsi queste domande prima di prendere parola. Affinché la memoria abbia un senso.
lunedì 5 gennaio 2009
Inizio dell'anno, ricordando Enzo
In questi giorni di inizio 2009, che come ogni anno non posso che associare alla scomparsa di due delle persone che maggiormente hanno contribuito alla mia crescita culturale, intellettuale, morale - Giorgio Gaber e Fabrizio De André - arrivo per vie traverse a questo post su Liberoweb, risalente ad agosto, che riporta un articolo di Till Neuburg su Enzo Baldoni: un'altra persona importantissima, per me, come per tanti altri.
Non è mai troppo tardi per divulgare questi contributi, mai troppo tardi per ricordare Enzo Baldoni.
(Wikipedia, Liberoweb)
sabato 3 gennaio 2009
Come è fatta la Biblioteca di Babele
Grazie a Far Finta di Essere Sani scopro un post letterario-matematico-delirante, sul blog Boffardi 2.0.
Un post bellissimo, su uno dei racconti di Borges che amo di più: La Biblioteca di Babele.
Un po' lungo ma ne vale certamente la pena. E dopo averlo letto ti viene subito voglia di riprenderlo tra le mani, Finzioni di Jorge Luis Borges.
(Farfintadiesseresani, Boffardi, Philppe Fassier)
mercoledì 31 dicembre 2008
Il bel Capodanno
Cellulare intasato di messaggini.
Saluti ed auguri fintissimi ai parenti che non sopporti.
La telefonata della zia lontana che senti una volta all’anno.
Buonismo e banalità ovunque.
Che fai, che fai, che fai? Ci si vede qui, ci si vede lì…
Sorrisi che sembrano disegnati coi pastelli a cera, tanto che sono irreali.
Padri coi bambini che si affrettano per prendere gli ultimi tricchetracche (tali padri, tali figli, alle volte la castrazione chimica dovrebbe essere obbligatoria)
La mutanda rossa.
A cap’ e Lavezzi.
Pesce fresco, pesce surgelato, pesce avariato appena scongelato.
Lo zampone che è quasi più disgustoso del capitone.
Eeeeeeeeeeeeeh!che il 2009 possa darti tutto ciò che vuoi!
Paolo Fox ha detto che il 2009… Paolo Fox non capisce un cazzo.
Uà, tutti in piazza a sentire Maria Nazionale… meno male che dopo la mezzanotte c’è almeno Silvestri.
Un 2008 di soddisfazioni sì, però il 2009 sarà ancora meglio.
Non è vero, è solo un numero convenzionalmente riconosciuto da tutti che cambia.
Buona fine e buon inizio. Lo dico anch’io, ma che vor dì?
Pepe peeeeeeeeeeeeeeeeepepepeeeeeee… i clacson sotto casa. Sempre.
50 euro per andare in un locale che normalmente ha l’ingresso gratuito.
Gli orribili top capodanneschi nei negozi femminili.
Carlo Conti anche a Capodanno su Rai Uno.
Tempo di bilanci. Di aspettative e di propositi.
Tempo di spostare la macchina da sotto casa che altrimenti stanotte la sommergono di petardi.
Il conto alla rovescia. Ancora Carlo Conti.
Le linee telefoniche intasate.
Scendere di casa al buio, nella nebbia dei botti, con qualche coglione che spara ancora e i cocci di piatti rotti a terra.
L’immancabile traffico.
Ancora più supercafoni e disumani per la strada, che sembrano usciti da un film dell’orrore, e per la prima volta durante l’anno.
E dopo: che hai fatto a capodanno? Nooooo, daaai, io mi sono divertito tantissimo! (se, se…)
E infine due bellissimi giochi: evita il petardo inesploso del giorno dopo e la conta delle dita saltate ai bambini.
Bella festa, il capodanno.
venerdì 12 dicembre 2008
Il mio concorso
Fumo che esce dalle bocche, tra una risata nervosa e un caffé che per l'occasione costa un euro. Come vacche stipate in una vecchia stalla, come gruppi di turisti di ritorno dal mare a Ferragosto, ci ammassiamo formando una lunga fila scomposta, una massa amorfa che arriva quasi al bordo del marciapiede.
Uno stato di semicongelamento, mal di testa.
L’identificazione attesta che sei proprio tu. Poi ti accomodi.
Amicizia col vicino di posto, uno sbuffo dopo l’altro. Poi il palazzetto si riempie quasi completamente ma tutti iniziano a smadonnare, qualcuno urla che tutto è truccato. Isterismi vari.
Ritardo. Ancora ritardo. Uno con la testa lucida dice che tra un po’ iniziamo.
Fa freddo, e il tipo che è convinto sia tutto un imbroglio grida che manderà “Striscia la notizia”.
Io inizio a volermene andare, fa sempre più freddo.
Inizio a pensare che è stato una perdita di tempo. Tutto: levataccia mattutina, colazione al buio, corsa per arrivare in tempo e principio di assideramento in coda.
I posti tanto già sono assegnati, quello che viene da Bari ha solo perso tempo, anche quelli che vanno per i cinquanta e sono convinti di essere superpreparati.
Cazzo se fa freddo al Paladozza. Chissà se riuscirò a tornare in tempo a casa, chissà se almeno tu ce la farai, qui manca una firma, ma la carta d’identità l’ho presa dal banco?
Di matematica e scienze non capisco nulla, perché poi hanno messo biologia? Le domande di italiano le so tutte, ma non so proprio che significhi corrusco. Lascio bianco.
Vorrei chiudere gli occhi e svegliarmi su una spiaggia dei Caraibi, invece li riapro e quello accanto a me borbotta qualcosa mentre gli cola il naso.
In questa gelida mattina di inverno siamo in quasi tremila a provare per un posto mediocre in un ministero mediocre che ci darà uno stipendio fisso ma mediocre. Mi sento un po’ triste, un po’ spaesato, ripenso al caffé pagato un euro e alla pioggia sottile che mi aspetta fuori.
Sbadiglio, perso nei miei pensieri come in una bolla di sapone gigante.
domenica 7 dicembre 2008
Sciocchezze
martedì 16 settembre 2008
Mediocrità
Possibile che non si trovi nessuno un po' più bravo? (Le domande sono due, ma il senso è quello).
mercoledì 13 febbraio 2008
CEI = Censura Estremamente Inutile
Ma che stiamo scherzando? Leggo di "scena volgare e distruttiva", di richieste di obiezioni di coscienza, di indignazioni della Cei.
A parte le goffaggini di Moretti e la presunta vodka bevuta dalla Ferrari, mi pare ci sia ben poco da discutere. E' una scena di sesso. Punto. Tra un uomo e una donna. Punto. Come se ne vedono tante nei film. E sul libro pare che ci siano particolari ben più spinti, che si indugi molto di più sull'elemento sessuale, che è alla base sia del romanzo che del film.
E allora? Perché questa intormissione - l'ennesima e gratuita - della Chiesa?
Che non serve a nulla, è inutile, e aumenta soltanto la curiosità verso un film che, se girato bene, interessante, bello, dovrebbe essere apprezzato per altro, e non certo per una scena di sesso che è poi diventata il volano commerciale per il film.
Che ormai si è ridotto a questo, fateci caso. Solo a quella scena.
Quando la censura è controproducente, appunto. E crea caos, per nulla calmo.
(Excite)


