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sabato 13 novembre 2010

L'Atlante illustrato del calcio '80

L'Atlante illustrato del calcio '80
















Io che ovviamente tifavo Napoli e Maradona, ma avevo poco più di cinque anni al primo scudetto, neanche dieci al secondo. Io che amavo anche le acrobazie di Rumenigge e l'eleganza di Van Basten, avevo pile e pile di figurine che scambiavo, accumulavo con gioia, album da colorare, mi emozionavo ogni volta che vedevo lo stadio pieno, la domenica.
Non avevo neanche dieci anni, ma lo ricordo benissimo. Un calcio che non c'è più, davvero. E che Isbn porta in libreria col suo Atlante illustrato del calcio '80. Un piccolo gioiello.

(Isbn Edizioni)

giovedì 14 ottobre 2010

Jay Fine e il lampo sull'Hudson


Avrà aspettato anche quarant'anni per realizzare questo scatto, ma il risultato lascia davvero senza fiato.
Chapeau.

venerdì 4 settembre 2009

La morte in guerra - Cosa è lecito pubblicare?

Pubblicare o non pubblicare. Fino a che punto è notizia, e quando si sfocia nella macabra e inutile ricerca dello scoop a tutti i costi?
Quando si tratta di immagini dure e drammatiche come quella del soldato americano morente dilaniato da una bomba in Afghanistan, il dibattito sull'etica giornalistica torna sempre prepotentemente alla ribalta.
Tra i primi ci fu Robert Capa, che addirittura con il suo "miliziano morente" riuscì ad immortalare proprio l'istante in cui la pallottola uccide il soldato (anche se negli ultimi tempi sono stati sollevati molti dubbi sull'autenticità della foto).
Nella foto di Julie Jacobson - che trovate scavando un po' tra il link del web - è immortalata la morte che sta per sopraggiungere, la violenza della guerra. Così lontana, così vicina.
Quello che i comuni cittadini non vedono mai, ma che sanno, perché non gli viene mostrato, ma che possono di sicuro immaginare.
Quello che i film ci fanno vedere sempre, ma lì il sangue è finto, così come i morti ammazzati. Qui  invece il morto è vero, e la foto ce lo testimonia in tutta la sua urgenza.  Una foto scattata di fretta, neanche troppo nitida. Capita pochissime volte che qualcuno ci ricordi di quanti morti ci sono in guerra, dovunque, da una parte e dall'altra, soprattutto da quando molte guerre sono dimenticate, avvolte nei coni d'ombra dell'informazione. E, anche quando si tratta di guerre più note, che interessano l'occidente, i giornalisti sono sempre embedded, incorporati nelle truppe e quindi scrivono e vedono solo una parte della guerra.
Invece qui c'è un uomo morto, insieme ai soldati ancora vivi. A casa c'è la sua famiglia, che ora lo piange e che si indigna - giustamente - per la pubblicazione della foto. Hanno di certo le loro ragioni. Il rispetto per la famiglia e per il morto è sicuramente da tener conto, ma purtroppo questo è quello che accade in guerra, non deve essere taciuto. In guerra si muore: e i giornali, i giornalisti e i fotografi esistono per raccontarlo, testimoniarlo e immortalarlo su pellicola, per sempre.

(Corriere, Blitz)

venerdì 16 gennaio 2009

Giornalismo dal basso

Un aereo della Us Airways è caduto nel fiume Hudson, dopo un ammaraggio di emergenza.
Su Twitter la foto di un comune cittadino che era sul posto, ad aiutare i passeggeri, scattata e immediatamente messa on line.
La più bella vista finora. Potere del web.

mercoledì 7 gennaio 2009

lunedì 15 dicembre 2008

Sempre sul pezzo

Sabato 13 dicembre il Manifesto riportava un bell'articolo a mezza pagina su Noah Kalina, in cui si parlava del suo progetto Everyday, della musica di sottofondo, della sua idea originale...
L'unico problema è che il video è su Youtube dall'agosto 2006, e sulla rete ne hanno già parlato praticamente tutti, me compreso.
(la vera cosa di cui discutere è il perché io abbia comprato il Manifesto, ma sabato esce Alias e quindi mi tocca)


(Noah Kalina, Everyday)

giovedì 4 settembre 2008

Campioni oversize



Ronaldo al mare poco dopo aver mangiato il pallone con cui ha giocato, fino a qualche anno fa.


(la Repubblica)

domenica 10 febbraio 2008

Quadranga?

Per la serie niente di meglio da fare, le gallerie di Repubblica ci vengono sempre incontro con degli spunti piacevolmente ridicoli e assurdi. Che mettono in luce con certezza il fatto che in redazione lì girino sostanze stupefacenti di ottima qualità.
In questo caso, il quadranga (ma che roba è? E soprattutto, quanto sarà scomodo?) e le sculture fatte con le pesche.
E un grazie a Marianna per la segnalazione.

(la Repubblica)

giovedì 8 novembre 2007

Sciacallaggio o giornalismo?

Solo una nota: sul caso della povera Meredith, ancor di più che in altre occasioni, ho letto sui quotidiani delle schifezze da fare accapponare la pelle.
Sia per come sono state scritte, sia per le allusioni, sia per i titoli che per le fotografie usate.
Siamo in bilico tra sciacallaggio e giornalismo e, sinceramente, non so proprio più cosa pensare.

(Corriere, Messaggero, Rai, Blogosfere)

lunedì 8 ottobre 2007

Gli adesivi antifurto

Che figata. Dal Festival del Design di Londra, gli adesivi antifurto. Li attacchi, e la tua macchina invecchia, arrugginisce, cade a pezzi e non farà più gola al ladruncolo di turno.
Una trovata molto originale. Chissà se esiste anche il modello opposto, quello che le ammaccature, i graffi e le macchie di ruggine li copre in men che non si dica.
Così, almeno per un po', la mia Fiat Uno non sembrerà la più vecchia, polverosa e sgarrupata del circondario.

(Repubblica)

giovedì 4 ottobre 2007

Premio Oscar per Dida

La caduta del gigante. Ma va là, pare sia stato fulminato da una scossa.
E Galliani annuncia di non voler fare ricorso: e per cosa avrebbe dovuto farlo, per quella carezza?

(Repubblica)

giovedì 27 settembre 2007

No, Nolita

Non volevo crederci, e invece è vero. Oliviero Toscani, come sempre tra i pubblicitari più provocatori e shockanti, ne ha fatta un’altra delle sue. Graffiante come sempre, eccessivo come pochi, ha lanciato una nuova campagna, per il marchio Nolita e con due foto che lasciano senza parole.
Fa discutere. Come sempre fa discutere.
Per fare una pubblicità come questa, senza dubbio, ci vogliono gli attributi. E’ normale vedersi piovere addosso una valanga di critiche, oppure che il pubblico si divida nettamente tra i pro e i contro.
Qui non abbiamo ancora preso una decisione definitiva. L’immagine è di quelle che non dimentichi più. Che non riesci a guardare fisso, giri la testa dall’altro lato, quasi disgustato.


Serve? Non serve? La modella ritratta, Isabelle Caro, pesa sì e no 30 chili, ed è un mucchietto di pelle e ossa che cammina. A me l’immagine sconvolge, ma non è detto che per le anoressiche quello sia un modello da imitare. Quello delle anoressiche è un problema psichico, che va al di là dell’osservare la devastazione della malattia con i propri occhi.
Allora, direte, la provocazione di Toscani serve per far parlare dell’anoressia. Ed è buono che se ne discuta, facendo vedere queste immagini crude. Ma in realtà questo messaggio che è come un pugno nello stomaco, e se stimola il dibattito nell’opinione pubblica, in realtà aiuta poco, pochissimo chi soffre di questa malattia, che va curata in altro modo e, forse, non spiattellata sui 6 X 3 di tutt’Italia.
Non so, vedo quello scheletro in foto, e rabbrividisco. Le anoressiche, forse, la vorranno imitare.
Poi, il messaggio contro l’anoressia proviene da Nolita, azienda di abbigliamento che proprio di modelle magre, spesso, ha bisogno. E che ora, grazie alla pubblicità, sta facendo molto, ma moooolto parlare di sé.
Di certo è che Toscani con le sue campagne, alle volte esagera. E’ un suo marchio di fabbrica, che va quasi al di là del messaggio pubblicitario lanciato. Quasi come una pubblicità a se stesso, alla sua voglia di stupire a tutti i costi, quel bisogno di essere eccessivo fino ad arrivare a mostrarci in tutto il suo orrore la vera faccia dell’anoressia.
Forse, se fosse stata una pubblicità progresso, svincolata da aziende, avrei storto il naso, ma accettato. Che si parli, sì, è un bene che si parli di malattie come questa (e l’aids, che fine ha fatto l’aids? L’agenda setting delle malattie…), anche in questo modo eccessivo. Ma qua stiamo parlando di una ragazza di 30 chili che mette in mostra il suo corpo morente, per mano di un fotografo dal grande ego, e per un’azienda che si serve – in parte – di modelle magrissime per i propri abiti.
Qualche riga su dicevo che non m’ero ancora deciso. Ora sì, riflettendoci. Checché ne dica la Turco, io questa pubblicità non la approvo.


(Nolita)

No, Nolita

Non volevo crederci, e invece è vero. Oliviero Toscani, come sempre tra i pubblicitari più provocatori e shockanti, ne ha fatta un’altra delle sue. Graffiante come sempre, eccessivo come pochi, ha lanciato una nuova campagna, per il marchio Nolita e con due foto che lasciano senza parole.
Fa discutere. Come sempre fa discutere.
Per fare una pubblicità come questa, senza dubbio, ci vogliono gli attributi. E’ normale vedersi piovere addosso una valanga di critiche, oppure che il pubblico si divida nettamente tra i pro e i contro.
Qui non abbiamo ancora preso una decisione definitiva. L’immagine è di quelle che non dimentichi più. Che non riesci a guardare fisso, giri la testa dall’altro lato, quasi disgustato.


Serve? Non serve? La modella ritratta, Isabelle Caro, pesa sì e no 30 chili, ed è un mucchietto di pelle e ossa che cammina. A me l’immagine sconvolge, ma non è detto che per le anoressiche quello sia un modello da imitare. Quello delle anoressiche è un problema psichico, che va al di là dell’osservare la devastazione della malattia con i propri occhi.
Allora, direte, la provocazione di Toscani serve per far parlare dell’anoressia. Ed è buono che se ne discuta, facendo vedere queste immagini crude. Ma in realtà questo messaggio che è come un pugno nello stomaco, e se stimola il dibattito nell’opinione pubblica, in realtà aiuta poco, pochissimo chi soffre di questa malattia, che va curata in altro modo e, forse, non spiattellata sui 6 X 3 di tutt’Italia.
Non so, vedo quello scheletro in foto, e rabbrividisco. Le anoressiche, forse, la vorranno imitare.
Poi, il messaggio contro l’anoressia proviene da Nolita, azienda di abbigliamento che proprio di modelle magre, spesso, ha bisogno. E che ora, grazie alla pubblicità, sta facendo molto, ma moooolto parlare di sé.
Di certo è che Toscani con le sue campagne, alle volte esagera. E’ un suo marchio di fabbrica, che va quasi al di là del messaggio pubblicitario lanciato. Quasi come una pubblicità a se stesso, alla sua voglia di stupire a tutti i costi, quel bisogno di essere eccessivo fino ad arrivare a mostrarci in tutto il suo orrore la vera faccia dell’anoressia.
Forse, se fosse stata una pubblicità progresso, svincolata da aziende, avrei storto il naso, ma accettato. Che si parli, sì, è un bene che si parli di malattie come questa (e l’aids, che fine ha fatto l’aids? L’agenda setting delle malattie…), anche in questo modo eccessivo. Ma qua stiamo parlando di una ragazza di 30 chili che mette in mostra il suo corpo morente, per mano di un fotografo dal grande ego, e per un’azienda che si serve – in parte – di modelle magrissime per i propri abiti.
Qualche riga su dicevo che non m’ero ancora deciso. Ora sì, riflettendoci. Checché ne dica la Turco, io questa pubblicità non la approvo.


(Nolita)

venerdì 25 maggio 2007

Facce da ping pong

Per chi non lo sapesse, io gioco a ping pong. E' uno sport da sfigati, lo so. Pensate che anche io, che alla fine dovrei chiamarlo tennistavolo perché in italiano così si dovrebbe dire, optò sempre per la scelta onomatopeica.
E' da sfigati, dicevo, ma è anche una grande passione. Gioco da quando avevo nove anni, qualche soddisfazione me la sono tolta, e in generale credo che sia uno sport bello. Poco televisivo, certo. Ma anche fin troppo ignorato dai media. Cioè, il curling sì e il tennistavolo no? Questo non lo tollero.
E non tollero nemmeno questo colpevole silenzio anche ora che ci sono i mondiali. Dico, i mondiali.
E l'unica galleria che la Repubblica porta nel boxerino sulla destra è quella con una serie di primi piani con le smorfie degli atleti mentre battono. E non mi dicono nemmeno chi sta vincendo, o chi ha vinto.
Cioè, mi sembra un po' riduttivo. Ma almeno è già una cosa, và.


(la Repubblica)

Facce da ping pong

Per chi non lo sapesse, io gioco a ping pong. E' uno sport da sfigati, lo so. Pensate che anche io, che alla fine dovrei chiamarlo tennistavolo perché in italiano così si dovrebbe dire, optò sempre per la scelta onomatopeica.
E' da sfigati, dicevo, ma è anche una grande passione. Gioco da quando avevo nove anni, qualche soddisfazione me la sono tolta, e in generale credo che sia uno sport bello. Poco televisivo, certo. Ma anche fin troppo ignorato dai media. Cioè, il curling sì e il tennistavolo no? Questo non lo tollero.
E non tollero nemmeno questo colpevole silenzio anche ora che ci sono i mondiali. Dico, i mondiali.
E l'unica galleria che la Repubblica porta nel boxerino sulla destra è quella con una serie di primi piani con le smorfie degli atleti mentre battono. E non mi dicono nemmeno chi sta vincendo, o chi ha vinto.
Cioè, mi sembra un po' riduttivo. Ma almeno è già una cosa, và.


(la Repubblica)

sabato 24 marzo 2007

True Love Revolution

All'università di Harvard due tizi hanno fondato un movimento per la promozione dell'astinenza dal sesso.
Viste le foto, credo anche senza grandissimi sforzi.

(la Repubblica)

True Love Revolution

All'università di Harvard due tizi hanno fondato un movimento per la promozione dell'astinenza dal sesso.
Viste le foto, credo anche senza grandissimi sforzi.

(la Repubblica)

martedì 20 marzo 2007

Non solo una foto al giorno

Beh, non è che ne capisca poi tanto di fotografia. E poi qualche tempo fa lo prendevo pure un po' in giro.
Ma alla fine ho cambiato idea: Noah Kalina è un fotografo straordinario.

(Noah Kalina)