Visualizzazione post con etichetta viaggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta viaggi. Mostra tutti i post

martedì 10 marzo 2015

30annozero, l'ebook con Nativi Digitali Edizioni


Era il Natale 2013. A Milano, come sempre, faceva freddo e pioveva. Io e Marianna ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: "ma davvero è tutto qua?". Ne avevamo abbastanza del cielo grigio, delle pareti asfissianti dell'ufficio, di settimane fitte di lavoro e altre cose inutili e dei weekend a casa con il mal di testa.
Ci abbiamo messo pochissimo, ad azzerare tutto e a ripartire. A gennaio l'associazione Econote, a marzo la decisione: "e se facessimo il giro del mondo?".
Quando lo dicevamo agli amici, quasi non ci credevano. E invece. Partenza il 15 giugno, ritorno poco più di due mesi dopo. Nel mezzo, 4 continenti, più di 10 città visitate e 65mila km percorsi con ogni mezzo possibile e immaginabile. 
Ora, a un anno esatto da quella decisione, pubblichiamo con Nativi Digitali Edizioni 30annozero. Il giro del mondo per investire su se stessi. Un po' diario di viaggio, un po' guida per tutti quelli che vorrebbero o hanno già deciso di intraprendere un'esperienza come la nostra. 
Spinti dal motto "perché la vita è troppo breve e il mondo troppo grande" ci siamo lasciati andare e siamo partiti. Abbiamo dormito da amici, in aeroporto e da sconosciuti couchsurfer, abbiamo reincontrato parenti e riabbracciato vecchi amici. Abbiamo visto albe e tramonti indimenticabili, siamo passati da 30 a 5 gradi in 15 ore (Los Angeles-Melbourne, per intenderci). Abbiamo programmato il nostro viaggio tappa dopo tappa, senza aver paura dell'ignoto, affidandoci alle volte al caso, uscendone diversi, cambiati. Più vivi.
Dentro quest'ebook ci siamo noi: come eravamo, come abbiamo imparato a essere. E quello che vogliamo dal nostro futuro. Per me e Marianna è stata un'esperienza indimenticabile. La porteremo con noi per sempre. Poterla condividere con voi è una grande gioia, un cerchio che si chiude.

domenica 17 agosto 2014

E quindi - ritornando a casa

Quindi si ritorna a casa, si riacquistano le abitudini. Proprio quelle che stavi iniziando a perdere.
I primi giorni dormi un po' di più, una sorta di jet lag ritardato. Due mesi in giro per il mondo iniziano a pesare solo quando ti prendi una pausa e tiri i remi in barca. E inizi a pensare a quello che hai fatto.
Che hai fatto il giro del mondo e sei tornato. Hai conosciuto persone, parlato nuove lingue, mangiato cose nuove e diverse. Sei tornato più ricco. E ora riparti.
La sensazione è strana, bella e misteriosa allo stesso tempo. Un po' leggero e un po' apatico, fuori giri ma con i ricordi che iniziano a incasellarsi al posto giusto.
Tornare a casa dopo un viaggio simile è forse più difficile del viaggio stesso.
Tutto è uguale a prima, ma tu sei molto diverso.

domenica 8 giugno 2014

Manca poco - 30annozero

Manca poco alla partenza, manca poco al nostro viaggio.
2 mesi in giro per il mondo: 30annozero.


domenica 8 agosto 2010

Vacanze


Con il nuovo disco degli Arcade Fire nelle orecchie (e il 2 settembre l'appuntamento da non perdere), una buona dose di stress accumulato e la voglia di staccare la spina per un po', può iniziare la nostra vacanza. Basta Milano, almeno per un po'.

giovedì 24 dicembre 2009

Viaggi




Mia sorella e mio padre, un mese fa: Phoenix - Napoli in 12 ore.
Io, un mese dopo: Milano - Napoli in 14 ore.
E tanti auguri da Trenitalia.

mercoledì 14 gennaio 2009

Ricordi di viaggio

Chissà se poi è normale, andare a Parigi per la Torre Eiffel e il Louvre, e poi scoprire che le cose che più ti mancano sono l'atmosfera familiare di una cena in compagnia di persone speciali, il parco Disney e i suoi personaggi magici...


mercoledì 7 gennaio 2009

mercoledì 20 febbraio 2008

Firenze



Firenze, Firenze, Firenze.
Firenze è il suo Duomo, la sua atmosfera magica, il suo Ponte Vecchio. Ma questo lo dicono tutti.
E allora è il Battistero, gli Uffizi, il David di Michelangelo. Anche questo, lo dicono tutti.
E allora cos’è Firenze?
Firenze, quella delle guide, è un morso di città, che visiti quasi tutta in una sola giornata. Ed è in quella giornata che ti rendi conto di come sia possibile concentrare due millenni di storia in qualche decina di chilometri quadrati.
Sono tutti lì. Ti guardi attorno e resti a bocca aperta. Chiudi gli occhi, e vorresti tanto perderti in quella prepotente e invadente carica di arte e di cultura, che si respira ovunque, che ti avvolge continuamente.
I fiorentini – pochi, rispetto alla quantità indefinita di turisti – vivono belli tranquilli, con la gorgia, un po’ fancazzisti e un po’ bischeroni.
E tutt’attorno Firenze, elegante, altezzosa, compatta, senza metro e con il tram della discordia, si mostra continuamente, in tutto il suo splendore.
Perché lo sa, eccome se lo sa. Di essere la più bella, di essere la più ricercata, la più fotografata.
Rinascimentale, bizantina, barocca, scultorea, opulenta, dalle grandi piazze, dai piccoli vicoli, percorsa da frotte di giapponesi, tutti flash e macchinette digitali.
Scorci mozzafiato, angoli da sogno, la cupola del Brunelleschi che ti sovrasta, e vedi dappertutto. I nasi all’insù, la tranquillità dell’Arno. Le biciclette e il lampredotto, che non hai mangiato ma che adori, per la musicalità della parola. Il porcellino del mercato Nuovo, col naso lucido lucido, da strofinare.
Le copie delle più grandi opere, sparse qua e là. Gli originali che devi cercare, con abilità, nei vari musei. L’atmosfera medievale di certe stradine, la bellezza inaspettata di Santo Spirito, al tramonto.
La poesia e l’eleganza della città di notte, il silenzio e la tranquillità delle Cascine, appena fuori porta. Una pausa rigenerante, con il sole che ti riscalda il viso, l'amore che ti riscalda il cuore e sei pronto a rituffarti lì, proprio nel mezzo di tutta quella storia.
Perché sai che di quella storia, di quelle statue, di quell’arte e di quella città, non sarai mai sazio.
Che spettacolo.  

lunedì 29 ottobre 2007

Praga: 25 - 28 ottobre 2007




Non l’avevo nemmeno scritto che stavo per partire, ma almeno ora scrivo che sono tornato. Da Praga, dopo un week end davvero indimenticabile. Con lei, ma non ho purtroppo link a nessun blog. Lei, comunque. E il nostro primo viaggio insieme.
Praga, terra magica diceva qualcuno, terra che una volta vista non t’abbandona più, avevo letto su una guida.
Ma soprattutto, città che se non vedi e non vivi sul serio, sulla tua pelle, non sei in grado di descrivere. Solo camminando per le sue strade ad occhi socchiusi, attraversando i suoi ponti, ammirando i suoi palazzi con le guance punzecchiate dal freddo mattutino è possibile assaporare la vera essenza di questa città.
In questa capitale si mescolano Franz Kafka ed Alfons Mucha, il freddo secco delle strade ed il calore dei locali, la potenza delle guglie gotiche che vanno a sfiorare il cielo e i gradevoli eccessi dei palazzi art nouveau.
Con la Moldava, fredda, lenta e silenziosa, che taglia in due la città: da una parte il Castello, Hradcany, Mala Strana e la tranquillità delle strade e degli spazi verdi al di là del fiume, dall’altra il caos turistico della Città Vecchia, di Piazza Venceslao, di Nove Mesto e della zona circostante.
Impossibile raccontare di tutte le cose viste, di tutte le emozioni provate. Splendide e indimenticabili, soprattutto se paragonate allo squallore dei gruppi di maschietti napoletani in giro per la città e all’aeroporto non certo per turismo culturale.
E così ecco il viaggio che non ti aspetti: con il freddo secco che ci ha accolto all’arrivo, e la nebbia fitta e misteriosa che ci ha salutati, alla partenza. E quei ponti che attraversano uno dopo l’altro il fiume, misteriosi e incantati. Quando passi sul principale, il Ponte Carlo, non puoi che restare senza fiato. Contare le statue, farti trasportare dalla massa di turisti, e sognare.
Il Castello più grande d’Europa, che dall’alto domina la città e i mosaici di una Chiesa – San Vito – che mi segneranno per sempre.
Così come non potrò mai dimenticare le lapidi ammassate l’una sull’altra nel cimitero del ghetto ebraico, conficcate nella terra quasi come fossero stalagmiti informi. Più di 1200, in poche centinaia di metri quadrati.
Una città dalle mille emozioni contrastanti, Praga: romantica, emozionante, misteriosa ed eterna. La città dai nasi all’insù, la chiamano, ed è vero. Anche se io spesso ce l’avevo all’ingiù, spulciando la guida. Nella mia mano destra la tua, e quando alzavo la testa le vedevo, quelle splendide costruzioni gotiche, romaniche, o ancora cubiste sebbene non abbia ancora capito bene quali fossero. Le torri e gli affreschi, le buffe decorazioni rococò, o la pietra nera della fortezza di Vysherad. E le luci di notte sul fiume, migliaia di stelle artificiali a pochi metri da terra.
Ma mette un po’ di malnconia vedere quanti Mc Donald, quanti negozi superoccidentali e discoteche accalappia-allupati affollino il centro. Addirittura il Museo del comunismo, che si trova tra un Big Mac ed un Casinò. E quella piazza Venceslao inghiottita da mega insegne e accecanti scritte al neon, che la sera verso le otto già trasformano la città  nella capitale degli eccessi. Tristezza.
Tristezza che viene subito spazzata via dalla magia di un paesaggio che cambia di distretto in distretto, continuamente, riuscendo comunque ad amalgamare con eleganza l’insieme. Tristezza che si trasforma in divertimento quando ad ogni ora suona l’orologio nella piazza della Città Vecchia, con gli apostoli, lo scheletro, il turco e la strombettata finale. O quando ti trovi di fronte la forma femminile e sinuosa della casa danzante.
Il divertimento, infine, si trasforma in stupore quando ti rendi conto che tutti parlano correttamente l’inglese, e lo parlano bene. Tutti sono gentili e disponibili. Le metro e i tram funzionano una meraviglia, e non resti più di 3 minuti ad aspettarli alla fermata.
Solo la moneta, cavolo, che non capisci mai a quanto corrisponda, con un cambio oscillante ed i cechi che ci speculano sopra col sorriso sulle labbra.
Ma manco ci fai caso, tre giorni sono pochi e dopo un battito di ciglia già ti ritrovi a pagare il tassista che ti ha riaccompagnato all’aeroporto. E mentre trascini le valigie, ti guardi indietro per l’ultima volta: e sai già che questa città la porterai dentro di te, per sempre.

venerdì 27 luglio 2007

Finalmente vacanza



Questo blog (e il suo autore) si godono la meritata vacanza, finalmente.

La prova costume pare non sia stata superata in pieno, ma poco importa. Per ora pensiamo solo alla tintarella e al totale relax.
Ci si risente ad agosto inoltrato, io per qualsiasi cosa mi trovate a mollo dalle parti di Torre San Giovanni.

Finalmente vacanza



Questo blog (e il suo autore) si godono la meritata vacanza, finalmente.

La prova costume pare non sia stata superata in pieno, ma poco importa. Per ora pensiamo solo alla tintarella e al totale relax.
Ci si risente ad agosto inoltrato, io per qualsiasi cosa mi trovate a mollo dalle parti di Torre San Giovanni.

sabato 31 marzo 2007

Quattro passi per Valencia

Per chi non lo sapesse, sono stato quattro giorni a Valencia.
Non solo paella, ovviamente.
Innanzitutto l’architettura di Santiago Calatrava e la sua imponente Città delle Arti e della Scienza: anche chi come me storce quasi sempre il naso di fronte alle costruzioni ipermoderne non può che restarne affascinato. Cinque straordinari edifici dalle forme “hi-tech”, come suggeriva qualcuno, che riescono comunque ad integrarsi nel tessuto cittadino senza snaturare il paesaggio di una città così carica di storia.
La sera poi, quando si accendono le luci e tutte le strutture si specchiano nelle superfici d’acqua che circondano questo polo futuristico, lo spettacolo è da mozzare il fiato.
Poi L’America’s Cup strappata – meritatamente – a Napoli, che rappresenta uno dei principali motori del fermento che pervade l’intera città.
E ancora Las Fallas che abbiamo perso per qualche giorno, con enormi costruzioni di polistirolo (mi suggerisce la valenciana) che prendono fuoco in un grandissimo e rapido falò notturno nelle principali piazze. Davvero un peccato non aver partecipato. Poco male, però: l’atmosfera di festa e l’alto tasso etilico non c’è di certo mancato.
Valencia: soprattutto un centro storico, pulsante, vivo, circondato da quello che prima era un fiume, ed oggi è un immenso giardino che sorge sul suo letto asciutto: i giardini del Turìa.
Le due imponenti torri del Serrano, con le porte che introducono alla città; le stradine per le quali è magico camminare e perdersi, passando per la caotica Plaza de Toros, la signorile Plaza de l’Ayuntamiento e la suggestiva Plaza de la Reina, con la sua caratteristica Cattedrale, arrivando fino al Mercado central, piastrelle colorate all’esterno e una moltitudine variegata di banconi all’interno.
Per divertirsi e tornare bambini, il Parco Gulliver è l’ideale; per rilassarsi e perdere un po’ di tempo, El Cort
Engles il massimo.
E la vita notturna, ancora: fatta di locali e localini, discoteche affollatissime e baristi incapaci di fare cocktail, cento montaditos e uno straordinario spettacolo di flamenco. Indimenticabile.
La pioggia che ci ha accompagnato per quasi tutto il viaggio – come sempre fortunati, non c'è che dire  – non ci ha spinto verso il mare: vabè, sarà per la prossima volta. Forse luglio?
Intanto, ricorderò per sempre l’ospitalità della cara studentessa erasmus che ci ha dato vitto e alloggio, le passeggiate per la città in buona compagnia, la signora ottantenne capo ultrà del Valencia ricoperta di spillette e le macchine parcheggiate in doppia fila senza freno a mano: se devi uscire e ti hanno bloccato, basta un attimo per spostarla. Questa sì che è civiltà.
E questa è Valencia, insomma.

Quattro passi per Valencia

Per chi non lo sapesse, sono stato quattro giorni a Valencia.
Non solo paella, ovviamente.
Innanzitutto l’architettura di Santiago Calatrava e la sua imponente Città delle Arti e della Scienza: anche chi come me storce quasi sempre il naso di fronte alle costruzioni ipermoderne non può che restarne affascinato. Cinque straordinari edifici dalle forme “hi-tech”, come suggeriva qualcuno, che riescono comunque ad integrarsi nel tessuto cittadino senza snaturare il paesaggio di una città così carica di storia.
La sera poi, quando si accendono le luci e tutte le strutture si specchiano nelle superfici d’acqua che circondano questo polo futuristico, lo spettacolo è da mozzare il fiato.
Poi L’America’s Cup strappata – meritatamente – a Napoli, che rappresenta uno dei principali motori del fermento che pervade l’intera città.
E ancora Las Fallas che abbiamo perso per qualche giorno, con enormi costruzioni di polistirolo (mi suggerisce la valenciana) che prendono fuoco in un grandissimo e rapido falò notturno nelle principali piazze. Davvero un peccato non aver partecipato. Poco male, però: l’atmosfera di festa e l’alto tasso etilico non c’è di certo mancato.
Valencia: soprattutto un centro storico, pulsante, vivo, circondato da quello che prima era un fiume, ed oggi è un immenso giardino che sorge sul suo letto asciutto: i giardini del Turìa.
Le due imponenti torri del Serrano, con le porte che introducono alla città; le stradine per le quali è magico camminare e perdersi, passando per la caotica Plaza de Toros, la signorile Plaza de l’Ayuntamiento e la suggestiva Plaza de la Reina, con la sua caratteristica Cattedrale, arrivando fino al Mercado central, piastrelle colorate all’esterno e una moltitudine variegata di banconi all’interno.
Per divertirsi e tornare bambini, il Parco Gulliver è l’ideale; per rilassarsi e perdere un po’ di tempo, El Cort
Engles il massimo.
E la vita notturna, ancora: fatta di locali e localini, discoteche affollatissime e baristi incapaci di fare cocktail, cento montaditos e uno straordinario spettacolo di flamenco. Indimenticabile.
La pioggia che ci ha accompagnato per quasi tutto il viaggio – come sempre fortunati, non c'è che dire  – non ci ha spinto verso il mare: vabè, sarà per la prossima volta. Forse luglio?
Intanto, ricorderò per sempre l’ospitalità della cara studentessa erasmus che ci ha dato vitto e alloggio, le passeggiate per la città in buona compagnia, la signora ottantenne capo ultrà del Valencia ricoperta di spillette e le macchine parcheggiate in doppia fila senza freno a mano: se devi uscire e ti hanno bloccato, basta un attimo per spostarla. Questa sì che è civiltà.
E questa è Valencia, insomma.

sabato 24 marzo 2007

Hola

Tra dodici ore sarò a mangiare paella in terra Valenciana. Con leida lei.
Non vi preoccupate, mi divertirò anche per voi che restate qui sotto la pioggia.
Ci si rivede tra 4 o 5 giorni.

Hola

Tra dodici ore sarò a mangiare paella in terra Valenciana. Con leida lei.
Non vi preoccupate, mi divertirò anche per voi che restate qui sotto la pioggia.
Ci si rivede tra 4 o 5 giorni.

sabato 18 novembre 2006

Il viaggio

Anche se non mi sono fatto vivo prima, sono tornato a Napoli da ormai due giorni.
Il viaggio a zonzo per l’Europa, tra la Germania orientale (Dresda) e il sud della Spagna (Siviglia) è andato a gonfie vele.
E non sarebbe potuto essere diversamente.
Ho visto prima una città grande e malinconica, col vento freddo che ti tagliava la faccia, strade enormi ed un’aria che sapeva ancora, se ti sforzavi a sentirla, del recente passato della DDR, nonostante le decine di centri commerciali e le vetrine dei negozi più alla moda a confonderti le idee.
Una città che regala angoli suggestivi e splendidi palazzi, una chiesa distrutta dai bombardamenti e ricostruita ricordando quella tragedia, con i mattoni bianchi – nuovi – e neri – vecchi – accostati in un mosaico che ti lascia incantato, un po’ terrorizzato, a riflettere.
Una città a misura di universitario, in ogni caso, pensata soprattutto per gli studenti che, da molte parti d’Europa, ogni anno finiscono per studiare lì.
Rigida e affascinante, riscaldata però dalla esuberante compagnia della nostra ospite.
Dopo un volo di quasi tre ore, eccomi a Siviglia: all’altro capo dell’Europa, o quasi, a girare a mezze maniche durante il giorno perdendomi tra le stradine e la gente della caliente Andalusia.
Una città sventrata dai lavori in corso, questo è stato davvero un peccato, perché in molte delle piazze più belle c’erano enormi cantieri per la costruzione della metropolitana.
Una città viva, pulsante, caotica, per molti versi simile alla nostra Napoli, per molti altri molto più vivibile e accogliente.
Una città che si ricorda soprattutto per la Giralda da 34 rampe e la cattedrale, ma che è fatta anche di scorci emozionanti, vicoli dimenticati, facce sorridenti ed uno spagnolo parlato che, se anche ti sforzi, davvero non lo capisci.
Una settimana lì è stata frenetica: giri per la città, party notturni e sveglia tardi, per poi ricominciare daccapo.
Con un padrone di casa davvero eccezionale: se ci penso ancora ora mi viene da ridere, grazie davvero.
Poi, perché ci piace viaggiar comodi, abbiamo impiegato solo 24 ore per tornare da Siviglia a Napoli: autobus, notte in aeroporto, volo per Milano, autobus fino alla stazione centrale, treno e dopo quasi un giorno ho rimesso piede a casa.
Direi che mi è bastata, ora ho soltanto bisogno di un’altra settimana di riposo a casa.

sabato 11 novembre 2006

Da Siviglia

Qui Siviglia.
Dopo una giornata massacrante, fatta di treni presi all'ultimo secondo e voli aereo passati quasi interamente a dormire, siamo in terra andalusa.
Un mondo totalmente diverso da quello vissuto negli scorsi giorni a Dresda.
Al momento, giusto per averne un'idea: clima più temperato (pare settembre), gente più socievole, città più a misura d'uomo e, allo stesso tempo, molto più caotica, con cantieri grandi e piccoli sparsi un po' dovunque.
Una realtà totalmente diversa da quella tedesca, insomma, ma la mia è un po' come la scoperta dell'acqua calda.

Programmi per domani: intanto, si va a vedere Real Betis - Levante. Per il resto, poi si vedrà.