All’insegna della novità e della modernizzazione, torna la messa in latino. Quella antica, medievale, spalle ai fedeli, per intenderci.
Fedeli che saranno entusiasti, deduco, rincuorati da questa scelta di Papa Benedetto XVI che in una società sempre più secolarizzata, (l’ultima volta che sono entrato in chiesa l’età media delle persone sedute era intorno ai 65 anni, fate un po’ voi), con la religione che è distante anni luce dai bisogni e da ciò che provano e vivono i giovani delle nuove generazioni, autorizza la pubblicazione di un “Motu Proprio” che permette a qualsiasi gruppo stabile di fedeli a chiedere al proprio parroco una bella messa in una lingua ormai sconosciuta a chiunque. A parte il fatto che non riusciamo a capire quale gruppo di fedeli debba chiedere un simile trattamento, e cosa si intenda per “gruppo stabile”, restiamo perplessi. Sul serio.
Le motivazioni? Sfuggono. L’utilità di questa decisione? Credo nessuna. Ritorno in immagine, grado di modernizzazione percepibile? Pari a zero.
Forse sbaglio io, sicuramente sbaglio io che con la fede e le chiese in genere ho sempre avuto un pessimo rapporto. Ma in una società in cui la religione cristiana ha perso seriamente più di un’occasione per mostrarsi aperta, chiara, accessibile, vicino ai fedeli, questa del rito in latino mi sembra una soluzione anacronistica e incomprensibile.
Alla faccia della Riforma luterana e della reale voglia di avvicinare la chiesa ai fedeli. Quale la prossima novità? La vendita delle indulgenze?
Un altro serio passo indietro, questo, fatto da Ratzinger, papa conservatore che finora non mi pare abbia compiuto una, e dico una sola scelta saggia per rifondare o adeguare ai tempi la chiesa cristiana.
Ed io già me li immagino, i fedeli, che al “Deo Gratias” finale si grattano la testa, perplessi, non capiscono se la messa è finita oppure no, e attendono un cenno del prete con la testa che faccia guadagnare loro la porta.
venerdì 29 giugno 2007
Per una chiesa sempre più moderna
Per una chiesa sempre più moderna
All’insegna della novità e della modernizzazione, torna la messa in latino. Quella antica, medievale, spalle ai fedeli, per intenderci.
Fedeli che saranno entusiasti, deduco, rincuorati da questa scelta di Papa Benedetto XVI che in una società sempre più secolarizzata, (l’ultima volta che sono entrato in chiesa l’età media delle persone sedute era intorno ai 65 anni, fate un po’ voi), con la religione che è distante anni luce dai bisogni e da ciò che provano e vivono i giovani delle nuove generazioni, autorizza la pubblicazione di un “Motu Proprio” che permette a qualsiasi gruppo stabile di fedeli a chiedere al proprio parroco una bella messa in una lingua ormai sconosciuta a chiunque. A parte il fatto che non riusciamo a capire quale gruppo di fedeli debba chiedere un simile trattamento, e cosa si intenda per “gruppo stabile”, restiamo perplessi. Sul serio.
Le motivazioni? Sfuggono. L’utilità di questa decisione? Credo nessuna. Ritorno in immagine, grado di modernizzazione percepibile? Pari a zero.
Forse sbaglio io, sicuramente sbaglio io che con la fede e le chiese in genere ho sempre avuto un pessimo rapporto. Ma in una società in cui la religione cristiana ha perso seriamente più di un’occasione per mostrarsi aperta, chiara, accessibile, vicino ai fedeli, questa del rito in latino mi sembra una soluzione anacronistica e incomprensibile.
Alla faccia della Riforma luterana e della reale voglia di avvicinare la chiesa ai fedeli. Quale la prossima novità? La vendita delle indulgenze?
Un altro serio passo indietro, questo, fatto da Ratzinger, papa conservatore che finora non mi pare abbia compiuto una, e dico una sola scelta saggia per rifondare o adeguare ai tempi la chiesa cristiana.
Ed io già me li immagino, i fedeli, che al “Deo Gratias” finale si grattano la testa, perplessi, non capiscono se la messa è finita oppure no, e attendono un cenno del prete con la testa che faccia guadagnare loro la porta.
martedì 26 giugno 2007
Il giornalismo è morto?
Purtroppo oggi non ho avuto tempo, per un motivo o per un altro, ma questa cosa volevo proprio scriverla, anche se in modo essenziale. Qui forse lancio solo qualche spunto, per ora. Poi ne riparliamo con maggiori argomentazioni.
Il punto è questo: sono almeno 4 anni che compro il giornale quasi tutti i giorni. Se non sono tutti i giorni, sono almeno 4 alla settimana, e per i restanti saltello tra i vari siti web delle principali testate nazionali. Con grande insoddisfazione, purtroppo.
Il fatto è che ormai il giornalismo italiano vive di marchette. Più o meno grosse, ma sempre di marchette si tratta. Dite che è sempre andata così? Se sì, chiedo scusa ma me ne rendo conto a pieno solo ora.
E pensare che, ad esempio, su
Oggi di marchette, sempre su
Sugli altri articoli, stenderei un velo, che è meglio. Molto spesso sono frottole, se si tratta poi di pseudoinchieste sulle nuove generazioni o il mondo di internet, poi, si vede lontano un miglio che molto spesso chi scrive non sa lontanamente di cosa parla.
Se poi non sono marchette, sono notizie inutili e prive di spessore, pezzi scritti in malo modo, noiosi, per nulla accattivanti. Inoltre, c’è un’ipertrofia della politica che caratterizza molti quotidiani e che, alla lunga, è devastante.
Non ci sono inchieste, ma questo si lega molto alla mancanza di tempo e alla poca voglia di investire nel campo, e al fatto che molti giornalisti hanno perso la passione. A che pro, poi, se il tuo giornale vende e continua a vendere pure così?
La cultura, forse, vive di buoni momenti, almeno su
Ma dove sta il problema? Me lo pongo solo io? Perché i nostri giornali sono così brutti e poco interessanti, perché in Italia si vendono le stesse copie di quotidiani che si vendevano 30 anni fa?
Forse un problema c’è, forse anche più di uno, e pensare che non ho nemmeno messo a cuocere altra carne sul fuoco, come ad esempio i collaboratori supersfruttati e sottopagati – se pagati -, gli interessi economici alla base di ogni testata, le commistioni con la politica e l’economia, il potere degli inserzionisti e la mancanza di editori puri, male incurabile della stampa nel nostro paese.
Domani credo che, pensando all’agonia del nostro giornalismo, quell’euro lo conserverò: se non saranno gomme sarà un altro caffè.
Il giornalismo è morto?
Purtroppo oggi non ho avuto tempo, per un motivo o per un altro, ma questa cosa volevo proprio scriverla, anche se in modo essenziale. Qui forse lancio solo qualche spunto, per ora. Poi ne riparliamo con maggiori argomentazioni.
Il punto è questo: sono almeno 4 anni che compro il giornale quasi tutti i giorni. Se non sono tutti i giorni, sono almeno 4 alla settimana, e per i restanti saltello tra i vari siti web delle principali testate nazionali. Con grande insoddisfazione, purtroppo.
Il fatto è che ormai il giornalismo italiano vive di marchette. Più o meno grosse, ma sempre di marchette si tratta. Dite che è sempre andata così? Se sì, chiedo scusa ma me ne rendo conto a pieno solo ora.
E pensare che, ad esempio, su
Oggi di marchette, sempre su
Sugli altri articoli, stenderei un velo, che è meglio. Molto spesso sono frottole, se si tratta poi di pseudoinchieste sulle nuove generazioni o il mondo di internet, poi, si vede lontano un miglio che molto spesso chi scrive non sa lontanamente di cosa parla.
Se poi non sono marchette, sono notizie inutili e prive di spessore, pezzi scritti in malo modo, noiosi, per nulla accattivanti. Inoltre, c’è un’ipertrofia della politica che caratterizza molti quotidiani e che, alla lunga, è devastante.
Non ci sono inchieste, ma questo si lega molto alla mancanza di tempo e alla poca voglia di investire nel campo, e al fatto che molti giornalisti hanno perso la passione. A che pro, poi, se il tuo giornale vende e continua a vendere pure così?
La cultura, forse, vive di buoni momenti, almeno su
Ma dove sta il problema? Me lo pongo solo io? Perché i nostri giornali sono così brutti e poco interessanti, perché in Italia si vendono le stesse copie di quotidiani che si vendevano 30 anni fa?
Forse un problema c’è, forse anche più di uno, e pensare che non ho nemmeno messo a cuocere altra carne sul fuoco, come ad esempio i collaboratori supersfruttati e sottopagati – se pagati -, gli interessi economici alla base di ogni testata, le commistioni con la politica e l’economia, il potere degli inserzionisti e la mancanza di editori puri, male incurabile della stampa nel nostro paese.
Domani credo che, pensando all’agonia del nostro giornalismo, quell’euro lo conserverò: se non saranno gomme sarà un altro caffè.
Travis - The Boy with no Name
Ieri e oggi ho ascoltato il nuovo album dei Travis. E mi è piaciuto. Ma non è tanto strano il fatto che mi sia piaciuto (per un mese quand’ero più piccino mi son piaciuti pure i The Ark), ma il fatto che mi sia piaciuto davvero tanto.
Addirittura mi azzardo a dire che il trio di canzoni iniziali - 3 Times And You Lose, Selfish Jean, Closer – sfiora la perfezione. E se tutto il disco fosse stato sullo stesso livello, questo The Boy with no Name sarebbe stato probabilmente quanto di meglio offertoci dal Regno unito in questo 2007.
Invece, quello che viene dopo non è proprio all’altezza delle prime tre canzoni dell’album. Per carità, si tratta sempre di belle e orecchiabili canzoni pop-rock in chiave britannica, con la bella voce di Healy che lega il tutto, rendendo le atmosfere delicate e avvolgenti. Ma due tre episodi - One night, Under the Moonlight – sono un po’ noiosetti e ripetitivi, e soltanto la produzione affidata, tra gli altri, a Brian Eno, mette qualche toppa e maschera i passi falsi disseminato qua e là nel mezzo del disco.
In ogni caso, stiamo parlando dei Travis e non dei Pink Floyd. Ed il loro ritorno, con questo disco che supera di parecchio la sufficienza, è davvero un piacere per le orecchie.
Insomma, con l’estate alle porte e poca roba nuova da ascoltare sotto il solleone, questo disco si candida a far parte di una personale top five, che vi piaccia oppure no.
Travis - The Boy with no Name
Ieri e oggi ho ascoltato il nuovo album dei Travis. E mi è piaciuto. Ma non è tanto strano il fatto che mi sia piaciuto (per un mese quand’ero più piccino mi son piaciuti pure i The Ark), ma il fatto che mi sia piaciuto davvero tanto.
Addirittura mi azzardo a dire che il trio di canzoni iniziali - 3 Times And You Lose, Selfish Jean, Closer – sfiora la perfezione. E se tutto il disco fosse stato sullo stesso livello, questo The Boy with no Name sarebbe stato probabilmente quanto di meglio offertoci dal Regno unito in questo 2007.
Invece, quello che viene dopo non è proprio all’altezza delle prime tre canzoni dell’album. Per carità, si tratta sempre di belle e orecchiabili canzoni pop-rock in chiave britannica, con la bella voce di Healy che lega il tutto, rendendo le atmosfere delicate e avvolgenti. Ma due tre episodi - One night, Under the Moonlight – sono un po’ noiosetti e ripetitivi, e soltanto la produzione affidata, tra gli altri, a Brian Eno, mette qualche toppa e maschera i passi falsi disseminato qua e là nel mezzo del disco.
In ogni caso, stiamo parlando dei Travis e non dei Pink Floyd. Ed il loro ritorno, con questo disco che supera di parecchio la sufficienza, è davvero un piacere per le orecchie.
Insomma, con l’estate alle porte e poca roba nuova da ascoltare sotto il solleone, questo disco si candida a far parte di una personale top five, che vi piaccia oppure no.
mercoledì 20 giugno 2007
Fa caldo, eh?
Così nei mezzi pubblici sudo come una fontana ad ogni ora del giorno, ma non manca mai l'occasione di una chiacchiera sofferente con il vecchietto lamentoso di turno.
Fa caldo, eh?
Così nei mezzi pubblici sudo come una fontana ad ogni ora del giorno, ma non manca mai l'occasione di una chiacchiera sofferente con il vecchietto lamentoso di turno.
lunedì 18 giugno 2007
Iacuelli a Napoli
C'è chi sostiene in modo vergognoso, io non c'ero e non posso dire la mia, purtroppo: sono stato trattenuto a Roma fino al tardo pomeriggio. Ma lo stesso autore del libro smorza i toni polemici e pare soddisfatto.
Al di là di tutto, infatti, credo che la cosa migliore, la più importante, sia quella di far leggere a quante più persone il suo interessante libro, Le vie infinite dei rifiuti. E se la presentazione del libro si sia rivelata soprattutto come un dibattito lungo e poco chiaro, o un occasione per l'associazione di turno per promuovere il proprio operato e farsi un po' di pubblicità, ben venga anche questo, secondo me. Basta che se ne parli.
Anche perché ricordo quello che mi disse Alessandro al termine di una intervista che gli feci un po' di tempo fa per Alternapoli: Quando un testo è pubblico e tu dici delle cose, anche con nomi e cognomi, per forza dal lato del mondo civile deve esserci una reazione. Il mio compito è quello di fare informazione corretta, con un linguaggio quanto più semplice possibile. Questo è quello che posso fare e che ho fatto con questo testo.
Allora fate qualcosa di buono anche voi: leggetelo.
(Provetecnicheditrasmissione, Alex321, Alternapoli)
Iacuelli a Napoli
C'è chi sostiene in modo vergognoso, io non c'ero e non posso dire la mia, purtroppo: sono stato trattenuto a Roma fino al tardo pomeriggio. Ma lo stesso autore del libro smorza i toni polemici e pare soddisfatto.
Al di là di tutto, infatti, credo che la cosa migliore, la più importante, sia quella di far leggere a quante più persone il suo interessante libro, Le vie infinite dei rifiuti. E se la presentazione del libro si sia rivelata soprattutto come un dibattito lungo e poco chiaro, o un occasione per l'associazione di turno per promuovere il proprio operato e farsi un po' di pubblicità, ben venga anche questo, secondo me. Basta che se ne parli.
Anche perché ricordo quello che mi disse Alessandro al termine di una intervista che gli feci un po' di tempo fa per Alternapoli: Quando un testo è pubblico e tu dici delle cose, anche con nomi e cognomi, per forza dal lato del mondo civile deve esserci una reazione. Il mio compito è quello di fare informazione corretta, con un linguaggio quanto più semplice possibile. Questo è quello che posso fare e che ho fatto con questo testo.
Allora fate qualcosa di buono anche voi: leggetelo.
(Provetecnicheditrasmissione, Alex321, Alternapoli)
giovedì 14 giugno 2007
Il mondo prima che arrivassi te
Il mondo prima che arrivassi te
mercoledì 13 giugno 2007
Messaggio promozionale
Venerdì 15 giugno alle 18, sarà a Napoli, alla Feltrinelli di via San Tommaso D'Aquino, per parlare del problema "monnezza" nella nostra odiata/amata città.
A partire dal suo libro-inchiesta l'autore del libro, Francesco Bassini (blogger attento ai problemi della città), Antonio Risi (urbanista, esperto di questioni ambientali), Marco Rossi-Doria (Decidiamo insieme), Massimo Mendia (operatore del settore) e Sabina Laddaga (rete campana salute e ambiente) discuteranno del sistema dei rifiuti campano.
Segnate pure sull'agenda.
Messaggio promozionale
Venerdì 15 giugno alle 18, sarà a Napoli, alla Feltrinelli di via San Tommaso D'Aquino, per parlare del problema "monnezza" nella nostra odiata/amata città.
A partire dal suo libro-inchiesta l'autore del libro, Francesco Bassini (blogger attento ai problemi della città), Antonio Risi (urbanista, esperto di questioni ambientali), Marco Rossi-Doria (Decidiamo insieme), Massimo Mendia (operatore del settore) e Sabina Laddaga (rete campana salute e ambiente) discuteranno del sistema dei rifiuti campano.
Segnate pure sull'agenda.
martedì 12 giugno 2007
Tv delle libertà
Un altro buon motivo per non avere la tv in camera.
(Tv delle libertà)