domenica 30 settembre 2007

Scivola, scivola vai via.

Nastro rosso, arancio, color zafferano: polemiche inutili.
La cosa più importante sulla tragedia e la dittatura militare birmana, è che se ne parli.
E la cosa che intristisce di più, già oggi, è vederla scendere sempre più in basso nelle homepage dei siti d'informazione nazionale, e di conseguenza scivolare sempre più indietro domani, sulle pagine dei quotidiani.

Scivola, scivola vai via.

Nastro rosso, arancio, color zafferano: polemiche inutili.
La cosa più importante sulla tragedia e la dittatura militare birmana, è che se ne parli.
E la cosa che intristisce di più, già oggi, è vederla scendere sempre più in basso nelle homepage dei siti d'informazione nazionale, e di conseguenza scivolare sempre più indietro domani, sulle pagine dei quotidiani.

Modelli a confronto

Quando la prossima volta l'immondizia ci sommergerà, i cassonetti bruceranno e sembrerà di essere in qualche villaggio del terzo mondo, non disperiamo: un'occhiata al blog "Modello Veltroni", ci farà tornare il buonumore.

(Modello Veltroni, via Brodo Primordiale)

Modelli a confronto

Quando la prossima volta l'immondizia ci sommergerà, i cassonetti bruceranno e sembrerà di essere in qualche villaggio del terzo mondo, non disperiamo: un'occhiata al blog "Modello Veltroni", ci farà tornare il buonumore.

(Modello Veltroni, via Brodo Primordiale)

giovedì 27 settembre 2007

Contro il regime birmano

Domani io indosserò una maglietta rossa.
Solitamente sono contro questo genere di cose, ma domani la indosserò.

(la Repubblica)

Contro il regime birmano

Domani io indosserò una maglietta rossa.
Solitamente sono contro questo genere di cose, ma domani la indosserò.

(la Repubblica)

No, Nolita

Non volevo crederci, e invece è vero. Oliviero Toscani, come sempre tra i pubblicitari più provocatori e shockanti, ne ha fatta un’altra delle sue. Graffiante come sempre, eccessivo come pochi, ha lanciato una nuova campagna, per il marchio Nolita e con due foto che lasciano senza parole.
Fa discutere. Come sempre fa discutere.
Per fare una pubblicità come questa, senza dubbio, ci vogliono gli attributi. E’ normale vedersi piovere addosso una valanga di critiche, oppure che il pubblico si divida nettamente tra i pro e i contro.
Qui non abbiamo ancora preso una decisione definitiva. L’immagine è di quelle che non dimentichi più. Che non riesci a guardare fisso, giri la testa dall’altro lato, quasi disgustato.


Serve? Non serve? La modella ritratta, Isabelle Caro, pesa sì e no 30 chili, ed è un mucchietto di pelle e ossa che cammina. A me l’immagine sconvolge, ma non è detto che per le anoressiche quello sia un modello da imitare. Quello delle anoressiche è un problema psichico, che va al di là dell’osservare la devastazione della malattia con i propri occhi.
Allora, direte, la provocazione di Toscani serve per far parlare dell’anoressia. Ed è buono che se ne discuta, facendo vedere queste immagini crude. Ma in realtà questo messaggio che è come un pugno nello stomaco, e se stimola il dibattito nell’opinione pubblica, in realtà aiuta poco, pochissimo chi soffre di questa malattia, che va curata in altro modo e, forse, non spiattellata sui 6 X 3 di tutt’Italia.
Non so, vedo quello scheletro in foto, e rabbrividisco. Le anoressiche, forse, la vorranno imitare.
Poi, il messaggio contro l’anoressia proviene da Nolita, azienda di abbigliamento che proprio di modelle magre, spesso, ha bisogno. E che ora, grazie alla pubblicità, sta facendo molto, ma moooolto parlare di sé.
Di certo è che Toscani con le sue campagne, alle volte esagera. E’ un suo marchio di fabbrica, che va quasi al di là del messaggio pubblicitario lanciato. Quasi come una pubblicità a se stesso, alla sua voglia di stupire a tutti i costi, quel bisogno di essere eccessivo fino ad arrivare a mostrarci in tutto il suo orrore la vera faccia dell’anoressia.
Forse, se fosse stata una pubblicità progresso, svincolata da aziende, avrei storto il naso, ma accettato. Che si parli, sì, è un bene che si parli di malattie come questa (e l’aids, che fine ha fatto l’aids? L’agenda setting delle malattie…), anche in questo modo eccessivo. Ma qua stiamo parlando di una ragazza di 30 chili che mette in mostra il suo corpo morente, per mano di un fotografo dal grande ego, e per un’azienda che si serve – in parte – di modelle magrissime per i propri abiti.
Qualche riga su dicevo che non m’ero ancora deciso. Ora sì, riflettendoci. Checché ne dica la Turco, io questa pubblicità non la approvo.


(Nolita)

No, Nolita

Non volevo crederci, e invece è vero. Oliviero Toscani, come sempre tra i pubblicitari più provocatori e shockanti, ne ha fatta un’altra delle sue. Graffiante come sempre, eccessivo come pochi, ha lanciato una nuova campagna, per il marchio Nolita e con due foto che lasciano senza parole.
Fa discutere. Come sempre fa discutere.
Per fare una pubblicità come questa, senza dubbio, ci vogliono gli attributi. E’ normale vedersi piovere addosso una valanga di critiche, oppure che il pubblico si divida nettamente tra i pro e i contro.
Qui non abbiamo ancora preso una decisione definitiva. L’immagine è di quelle che non dimentichi più. Che non riesci a guardare fisso, giri la testa dall’altro lato, quasi disgustato.


Serve? Non serve? La modella ritratta, Isabelle Caro, pesa sì e no 30 chili, ed è un mucchietto di pelle e ossa che cammina. A me l’immagine sconvolge, ma non è detto che per le anoressiche quello sia un modello da imitare. Quello delle anoressiche è un problema psichico, che va al di là dell’osservare la devastazione della malattia con i propri occhi.
Allora, direte, la provocazione di Toscani serve per far parlare dell’anoressia. Ed è buono che se ne discuta, facendo vedere queste immagini crude. Ma in realtà questo messaggio che è come un pugno nello stomaco, e se stimola il dibattito nell’opinione pubblica, in realtà aiuta poco, pochissimo chi soffre di questa malattia, che va curata in altro modo e, forse, non spiattellata sui 6 X 3 di tutt’Italia.
Non so, vedo quello scheletro in foto, e rabbrividisco. Le anoressiche, forse, la vorranno imitare.
Poi, il messaggio contro l’anoressia proviene da Nolita, azienda di abbigliamento che proprio di modelle magre, spesso, ha bisogno. E che ora, grazie alla pubblicità, sta facendo molto, ma moooolto parlare di sé.
Di certo è che Toscani con le sue campagne, alle volte esagera. E’ un suo marchio di fabbrica, che va quasi al di là del messaggio pubblicitario lanciato. Quasi come una pubblicità a se stesso, alla sua voglia di stupire a tutti i costi, quel bisogno di essere eccessivo fino ad arrivare a mostrarci in tutto il suo orrore la vera faccia dell’anoressia.
Forse, se fosse stata una pubblicità progresso, svincolata da aziende, avrei storto il naso, ma accettato. Che si parli, sì, è un bene che si parli di malattie come questa (e l’aids, che fine ha fatto l’aids? L’agenda setting delle malattie…), anche in questo modo eccessivo. Ma qua stiamo parlando di una ragazza di 30 chili che mette in mostra il suo corpo morente, per mano di un fotografo dal grande ego, e per un’azienda che si serve – in parte – di modelle magrissime per i propri abiti.
Qualche riga su dicevo che non m’ero ancora deciso. Ora sì, riflettendoci. Checché ne dica la Turco, io questa pubblicità non la approvo.


(Nolita)

lunedì 24 settembre 2007

Salviamo sto paese

Da youtube: "Salviamo 'sto paese", canta l'indimenticabile Giorgio Gaber.
Il testo, nonostante sia del 1978, è di un'attualità imbarazzante. Le immagini, sono lì a testimoniarlo.
Riusciremo a salvarlo? Se sì, come?

(Youtube)

Salviamo sto paese

Da youtube: "Salviamo 'sto paese", canta l'indimenticabile Giorgio Gaber.
Il testo, nonostante sia del 1978, è di un'attualità imbarazzante. Le immagini, sono lì a testimoniarlo.
Riusciremo a salvarlo? Se sì, come?

(Youtube)

venerdì 21 settembre 2007

Inedito di De André

Cosa darei per averlo.
Collezionista pugliese, tu collezioni roba dei Dire Straits e Mark Knopfler.
Quanto vuoi, per il disco di Faber in inglese? 50 euro vanno bene?


(la Repubblica)

Inedito di De André

Cosa darei per averlo.
Collezionista pugliese, tu collezioni roba dei Dire Straits e Mark Knopfler.
Quanto vuoi, per il disco di Faber in inglese? 50 euro vanno bene?


(la Repubblica)

mercoledì 19 settembre 2007

Multisala, no grazie

C’è qualcosa di affascinante e allo stesso tempo tremendamente inquietante nei maxicinema. La gente a fiumi, l’immensa varietà di film da scegliere – mai quello che vuoi vedere, però – luci e lucine varie, super-mega-bancone per il pop-corn e pinzillacchere varie.
E poi le sale, così tante che quasi ti ci perdi. E che sono capaci di attirare a sé il peggio del peggio del peggio della gioventù napoletana. Mi guardo intorno e non mi ci raccapezzo più, tra i cartelloni delle anteprime, le grida isteriche dei bambini e gli ultimi posti della sala 3, che stan per finire.
Un film ogni ora, anzi mezz’ora. Lo stesso film proiettato 15 volte al giorno. Un bambino mi sgranocchia un nachos nell’orecchio - o tacos, manco mi ricordo -  e quasi mi stordisce. Io ero convinto ci fosse anche La ragazza del lago, ma sicuramente mi ero sbagliato. Mi sono sbagliato. Ma intanto è troppo tardi.
Dio, quanto sono brutti i multisala. Brutti e anonimi. Brutti, anonimi, e pieni di gente. Gente in fila inebetita che, già lo so, non farà altro che parlare e sghignazzare per tutta la durata del film. Altre coppie, ormai alla fine del rapporto, fissano uno schermo senza avere più niente da dirsi. Qualche supercafone grida al cellulare, qualcuno ha il pantalone arancione o rosso, mi chiedo come facciano ad andare in giro conciati così.
Mi ritrovo in questo non luogo un po’ per caso e non so bene come comportarmi. Troppa gente, troppo vociare. Ho paura di mettermi in fila, quasi quasi non lo faccio. Rimpiango il cinemino da 50 posti in piazza, c’andavo quando ero piccolo. O quell’altro ad un paio di chilometri, schiacciato dalla mole architettonica dell’ennesimo maxicinema di turno, per di più del biscione.
Ma forse la gente non può farne a meno, di questi multisala. Del posto numerato che nessuno rispetta mai e del Dolby Surround che ti spacca i timpani. Forse adorano l’aria condizionata, o il fatto che in 3-4 sale ci sia lo stesso film contemporaneamente. Amano la mezz’ora di pubblicità prima della proiezione, ne sono sicuro.
Forse nelle periferie desolate della città, simili non-luoghi aiutano. Danno una parvenza di aggregazione, distraggono dalla mediocrità circostante.
Ma io, quando posso, li evito. Come stasera, che invece di strozzare qualche cafone molesto in sala, sono andato a mangiare un panino.

Multisala, no grazie

C’è qualcosa di affascinante e allo stesso tempo tremendamente inquietante nei maxicinema. La gente a fiumi, l’immensa varietà di film da scegliere – mai quello che vuoi vedere, però – luci e lucine varie, super-mega-bancone per il pop-corn e pinzillacchere varie.
E poi le sale, così tante che quasi ti ci perdi. E che sono capaci di attirare a sé il peggio del peggio del peggio della gioventù napoletana. Mi guardo intorno e non mi ci raccapezzo più, tra i cartelloni delle anteprime, le grida isteriche dei bambini e gli ultimi posti della sala 3, che stan per finire.
Un film ogni ora, anzi mezz’ora. Lo stesso film proiettato 15 volte al giorno. Un bambino mi sgranocchia un nachos nell’orecchio - o tacos, manco mi ricordo -  e quasi mi stordisce. Io ero convinto ci fosse anche La ragazza del lago, ma sicuramente mi ero sbagliato. Mi sono sbagliato. Ma intanto è troppo tardi.
Dio, quanto sono brutti i multisala. Brutti e anonimi. Brutti, anonimi, e pieni di gente. Gente in fila inebetita che, già lo so, non farà altro che parlare e sghignazzare per tutta la durata del film. Altre coppie, ormai alla fine del rapporto, fissano uno schermo senza avere più niente da dirsi. Qualche supercafone grida al cellulare, qualcuno ha il pantalone arancione o rosso, mi chiedo come facciano ad andare in giro conciati così.
Mi ritrovo in questo non luogo un po’ per caso e non so bene come comportarmi. Troppa gente, troppo vociare. Ho paura di mettermi in fila, quasi quasi non lo faccio. Rimpiango il cinemino da 50 posti in piazza, c’andavo quando ero piccolo. O quell’altro ad un paio di chilometri, schiacciato dalla mole architettonica dell’ennesimo maxicinema di turno, per di più del biscione.
Ma forse la gente non può farne a meno, di questi multisala. Del posto numerato che nessuno rispetta mai e del Dolby Surround che ti spacca i timpani. Forse adorano l’aria condizionata, o il fatto che in 3-4 sale ci sia lo stesso film contemporaneamente. Amano la mezz’ora di pubblicità prima della proiezione, ne sono sicuro.
Forse nelle periferie desolate della città, simili non-luoghi aiutano. Danno una parvenza di aggregazione, distraggono dalla mediocrità circostante.
Ma io, quando posso, li evito. Come stasera, che invece di strozzare qualche cafone molesto in sala, sono andato a mangiare un panino.